Sant'Eusebio di Vercelli

 

E ora un pensiero per Emanuele. Nella grande gioia di poterlo dire fratello nella nostra comunità, io gli dico di non dimenticare mai questa parola – rinuncia, apotaghé – nella certezza che questa gli garantirà di seguire il Signore e di essere sempre più simile, conforme a lui. Non c’è un’altra parola che si può promettere a chi si fa monaco. Ma seguire il Signore significa una comunione con il Signore, significa non poter mai dire di essere soli, anche quando magari c’è la solitudine rispetto agli uomini: il Signore garantisce la comunione, il Signore fa fiorire anche la solitudine di una persona. Quindi questa parola dura – rinuncia, apotaghé – significa semplicemente comunione con il Signore, lui che ha rinunciato addirittura alla sua condizione di essere in forma di Dio e ha voluto essere uno di noi, uno schiavo, un uomo, in tutto uguale a noi (cf. Fil 2,6-8). L’altra parola che gli dico, guardando al suo cammino di monaco e di chi si prepara a un servizio alla comunità e alla chiesa nell’arte liturgica, è di non dimenticare che l’eucaristia o è vissuta nel corpo, o è eucaristia secondo la Parola (loghiké latreía: Rm 12,1) oppure non è, non è. Queste sono le parole che gli do in consegna e sono parole che lo potranno aiutare a compiere e a portare a termine la sua vocazione, con la grazia del Signore che non gli mancherà, perché il Signore gli è vicino: il Signore lo ha chiamato fin da giovane, fin da piccolo, il Signore lo ha voluto sempre tutto per sé e non può mai smentire chi gli ha risposto.

Esprimo infine un grazie ai genitori. I genitori hanno solo Emanuele, è figlio unico, e possiamo capire il costo di questa offerta che questa sera fanno al Signore: lo hanno avuto dal Signore e lo ridanno puntualmente a lui, ma anche questo fa parte della vita cristiana. Io li ringrazio perché lo hanno aiutato a essere cristiano, a sviluppare la grazia del battesimo, ad arrivare a questa comprensione della vocazione. Un grazie lo devo esprimere anche a quanti hanno seguito Emanuele, a don Sebastiano Galletto, che conosco, a don Domenico che lo ha accompagnato fino a qui. Tutto questo ci dice come la vita cristiana sia una vita che si gioca come un tessuto, in cui noi siamo semplicemente i fili che costituiamo il tessuto, ma chi tesse è Dio. Però in questa tessitura noi cogliamo ancora una volta come Dio è fedele, come la sua Parola è una Parola ancora efficace (cf. Eb 4,12): chiede soltanto di saper rinunciare per seguire il Signore, di saper rinunciare a sé stessi, in molte maniere, ma in vista della salvezza e della libertà.

ENZO BIANCHI