Lectio divina su Gv 21,1-14

1. «In quella notte non presero nulla»

Ma cosa ci dice più in profondità questo racconto? I discepoli hanno già incontrato il Signore risorto a Gerusalemme due volte, nel primo giorno della settimana, eppure nonostante queste conferme della resurrezione sembrano ancora bisognosi di incontrarlo: la fede non è mai acquisita per sempre, è sempre un evento, un divenire che può conoscere una crescita ma anche contraddizioni e regressioni, le quali rischiano di vanificare le esperienze di fede vissute in precedenza…

Sul mare di Galilea troviamo Simon Pietro, Tommaso, colui che aveva confessato Gesù come «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28), Natanaele, che aveva detto: «Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele» (Gv 1,49), i figli di Zebedeo e altri discepoli anonimi. Non si precisa il giorno, ma viene soltanto detto che questi discepoli erano sette, cioè una comunità il cui numero narra la totalità e l’universalità. Simon Pietro prende l’iniziativa della pesca e gli altri decidono di seguirlo, di partecipare a quell’impresa che rappresenta la missione della comunità; con grande decisione e convinzione essi affermano: «Veniamo anche noi con te» (Gv 21,3). Tutti insieme escono dunque in mare aperto, «ma in quella notte non presero nulla» (ibid.)… A seguito di questa pesca infruttuosa i discepoli si apprestano a tornare verso la spiaggia, «quando ormai giunge il mattino» (Gv 21,4).

Sulla spiaggia c’è Gesù, anche se i discepoli non lo sanno: come Maria di Magdala, lo incontrano ma non sanno che è lui (cf. Gv 20,14)… Ed ecco che Gesù prende l’iniziativa e chiede: «Piccoli figli, non avete nulla da mangiare?» (Gv 21,5). Egli si rivolge loro con un appellativo affettuoso, paterno e materno insieme – teknía, piccoli figli –; è come se dicesse: «Non temete, non vi ho lasciati orfani, privi di me», compiendo così la promessa fatta in occasione dei discorsi di addio (cf. Gv 14,18). Gesù è lo stesso ma è anche diverso, per questo i discepoli non lo riconoscono e gli rispondono laconicamente: «No, non abbiamo nulla» (Gv 21,5). In tal modo essi confessano la loro mancanza, il loro essere immersi in una situazione negativa, priva di sbocchi…