Lectio divina su Mt 13,31-33.44-46

2. Il tesoro e la perla

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13,44-46).

Dopo la spiegazione della parabola della zizzania (cf. Mt 13,36-43), Gesù espone altre due brevi parabole, quelle del tesoro e della perla, che sono quasi sovrapponibili, una sorta di ripetizione l’una dell’altra: questo consente di ribadire l’essenziale.

Ci sono due figure diverse in scena: un bracciante agricolo e un ricco gioielliere, che però non sono i protagonisti delle parabole, pur essendo loro che agiscono, «trovano, vendono, comprano». No, i veri protagonisti sono il tesoro e la perla, che si impadroniscono dei due uomini, li afferrano e causano le loro azioni. Azioni che non sono straordinarie, potremmo quasi dire che sono ovvie, perché davanti alla scoperta di un tesoro insperato o di una perla preziosa è naturale agire come loro: ma la novità sta proprio in questo.

Ma cerchiamo di ascoltare e interpretare le parabole. Il contadino, che probabilmente non è ricco, trova un tesoro in un campo non suo; allora con molta sapienza «lo nasconde subito; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». Il gioielliere che è in cerca di perle preziose, quando «ne trova una di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». Uno non è ricco, l’altro è molto ricco, ma entrambi – ed è questo che è decisivo! – vendono tutto quello che possiedono per potersi impadronire del tesoro e della perla. In loro non c’è nessun rimpianto, non fanno un sacrificio, bensì un affare.

Ecco, quello che è accaduto a queste due persone accade anche ad altri uomini e donne: il regno di Dio è intravisto, è trovato quando capita all’improvviso oppure quando è cercato, e la scelta sapiente è quella di lasciare tutto, vendere tutto quello che si possiede, per entrare in possesso del Regno. Così hanno fatto i discepoli di Gesù: chiamati da lui, «abbandonato tutto lo seguirono» (Lc 5,11; cf. Mt 4,20.22); così non ha fatto il giovane ricco, che all’invito di Gesù: «va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri … poi vieni e seguimi» (Mt 19,21), non ha avuto il coraggio e la forza di fare questo, e così «se ne andò triste, poiché aveva molti beni» (Mt 19,22). Era già saturo di beni, e così non comprese il tesoro, la perla che avrebbe potuto avere. La tristezza di questo giovane si contrappone alla gioia del contadino e del mercante, che invece hanno trovato il tesoro…

Queste due parabole insegnano che la conversione, la sequela di Gesù, che esige un pronto e radicale distacco, nasce dall’aver trovato un dono inaspettato: il regno dei cieli. Chi segue Gesù dunque non dice: «Ho lasciato», ma: «Ho trovato un tesoro»; e non umilia nessuno, non si sente migliore degli altri, ma è semplicemente nella gioia per aver trovato il tesoro. La misura dell’essere discepolo di Gesù è l’appartenenza a lui, non il distacco dalle cose: una vera sequela si fa spinti dalla gioia, come ci mostra il contadino.

Anche queste parabole sono rivelazione: «Il mistero nascosto da secoli e da generazioni ora è manifestato da Dio ai suoi santi: Cristo in voi, speranza della gloria» (cf. Col 1,26-27). Sì, Gesù Cristo è il tesoro vero, la perla preziosa: come dice Paolo, «a causa sua ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,8).

Enzo Bianchi