Il cristiano nella Lettera ai Filippesi

b) Il cristiano è un «afferrato da Cristo»

Il cristiano, chiamato da Cristo nella fede, risponde a colui che lo ha preceduto e chiamato con forza, che lo ha «afferrato» (Fil 3,12). Questa forma verbale che Paolo usa per parlare di sé – katelémphthen, congiuntivo aoristo passivo da katalambáno – è estremamente forte: non è un generico «essere conquistato» (traduzione CEI), ma indica appunto l’essere preso, afferrato. L’esperienza dell’Apostolo è quella di chi fuggiva e a un certo punto si è dovuto arrendere al suo inseguitore; possiamo paragonarla a quella del profeta Geremia, quando afferma: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Ger 20,7).

Anche il cristiano, come Paolo, deve sentirsi un afferrato da Cristo, giungendo così a esprimere la propria condizione in un linguaggio che ha i tratti del linguaggio amoroso: Cristo ci seduce, ci vince, ci afferra, e noi siamo per così dire «costretti» ad arrenderci, a cedere al suo amore. È un’esperienza che molti sono consapevoli di aver fatto e, in ogni caso, un’esperienza che quando la fede si approfondisce diventa quasi evidente: un cristiano che ha vissuto l’assiduità con il Signore sa di avere un rapporto con lui in cui quasi non si sente più libero, ma carpito da lui. È un grande mistero: il Signore ha con noi questo atteggiamento, lo stesso avvertito da Giacobbe quando ha lottato con Dio nella notte e si è sentito vinto, ferito per sempre (cf. Gen 32,23-33); lo stesso sperimentato da Paolo quando si è sentito ferito da quel Gesù Cristo che aveva odiato con convinzione. La caduta sulla via di Damasco ha segnato un capovolgimento della sua vita e un sentirsi ormai preso da Cristo a tal punto da non poterne più fare a meno… Ibn ‘Arabi, un maestro spirituale musulmano vissuto a cavallo tra il xii e il xiii secolo, commentava così il rifiuto opposto dai cristiani a quanti volevano convertirli all’Islam: «Colui la cui malattia è Gesù non guarirà mai più». Sì, chi è veramente afferrato da Cristo non potrà mai più rinnegarlo, misconoscerlo, ma vivrà con lui un legame che niente e nessuno potrà mai spezzare…

Al cristiano dunque Paolo non chiede innanzitutto qualcosa da fare o da confessare, ma una consapevolezza da assumere: quella di essere un santo e un afferrato da Cristo. «Il cristianesimo», infatti, «non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù» (Raniero Cantalamessa, Prima predica d’Avvento alla presenza di Benedetto xvi, 5 dicembre 2008).