Il cristiano nella Lettera ai Filippesi

g) «Gioite nel Signore sempre; ripeto, gioite»

Un ultimo tratto caratteristico del cristiano secondo la Lettera ai Filippesi è quello della gioia, tema particolarmente frequente nel nostro testo; per la precisione, la terminologia della gioia – comprendente il sostantivo «gioia», chará, il verbo «gioire», chaírein, e il suo composto «gioire insieme», synchaírein – ricorre ben sedici volte. E questo mentre Paolo, non lo si dimentichi, è in catene. In tre passi la gioia è addirittura coniugata all’imperativo:

«Anche voi gioite e gioitene con me» (Fil 2,18).

«Fratelli miei, gioite nel Signore» (Fil 3,1).

«Gioite nel Signore sempre; ripeto, gioite» (Fil 4,4).

Non si tratta dunque di un semplice augurio o di una esortazione, ma di un ordine, di un comando apostolico. Sì, la gioia non è solo dono del Signore, è ma anche uno stato da ricercare, da conseguire con sforzo e impegno! Ma cerchiamo di definire con maggior precisione la gioia cristiana.
- È gioia «nel Signore» (en Kyrío: Fil 3,1; 4,4.10). La gioia non è solo «a causa» del Signore risorto, ma anche «nel» Signore risorto: essa nasce dall’unione con il Signore, dall’essere «in Cristo», poiché è una gioia del Signore innanzitutto, del Dio che si rallegra e comunica la sua gioia ai suoi amati. In questo senso la gioia è un dono, il dono messianico per eccellenza, è un frutto dello Spirito santo (cf. Gal 5,22), e quindi le prove non possono distruggerla (cf. Rm 12,12; 2Cor 7,4; 8,1-2), niente e nessuno può rapircela (cf. Gv 16,23). È dono dall’alto, non è la gioia di cui gode il mondo (cf. Gv 16,20): come la pace, solo Dio può darla.
- La gioia deve essere continua: ecco perché al comando di gioire e rallegrarsi si accompagnano gli avverbi «sempre, incessantemente» (cf. Fil 1,3-4; 4,4; 2Cor 6,10; 1Ts 5,16). Il dono diviene paradossalmente un impegno, e un impegno costante. Quindi la gioia, come la pace, va ricercata con tutte le proprie forze (cf. Rm 14,19; 2Tm 2,22); ciò implica lo sforzo della lotta contro la tentazione della tristezza, quel subdolo «verme del cuore» (Evagrio, Gli otto spiriti della malvagità 11) che, se non combattuto, finisce lentamente per invaderci e prendere possesso della nostra esistenza, spegnendo poco per volta in noi la voglia di vivere.
- La gioia è escatologica, ossia è motivata dal fatto che «il Signore è vicino» (Fil 4,5): il pensiero della parusia del Signore è motivo per rallegrarsi. Al contrario, il cristiano che non si esercita alla gioia mostra che in profondità egli non spera nel giorno del Signore, quel giorno riguardo al quale Gesù ha annunciato ai suoi discepoli: «In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia … Ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,20.22-23).

Conclusione

Credo che non occorra aggiungere parole mie all’appassionato ritratto di Gesù Cristo e del cristiano fornito da Paolo nella Lettera ai Filippesi. Mi limito dunque a citare quella che a mio avviso è la vera e propria «perla» della comunicazione della fede e nella fede fatta dall’Apostolo: «Tutto io reputo una perdita di fronte all’eminenza della conoscenza di Cristo Gesù, il mio Signore» (Fil 3,8). Siamo ancora capaci noi cristiani di affermare questo? Ovvero, siamo capaci di vivere giorno dopo giorno questa intensa relazione con il Signore? Non dimentichiamolo: su questo, non su altro, si gioca essenzialmente la nostra identità di cristiani, di «servi di Cristo Gesù» (Fil 1,1).

ENZO BIANCHI
Priore di Bose

per approfondire:
ENZO BIANCHI
{link_prodotto:id=836}

ENZO BIANCHI
{link_prodotto:id=767}