Lectio sul salmo 80 (79)

Roma, 25 novembre 2011
S. Maria in Traspontina

«O DIO, VIENI A SALVARCI … FA’ SPLENDERE IL TUO VOLTO!»

Il Salmo 79 [80] è un canto fortemente segnato dalla sofferenza, ma anche da un’incrollabile fiducia. Dio è sempre disposto a «ritornare» verso il suo popolo, ma è necessario che anche il suo popolo «ritorni» a lui nella fedeltà. Se noi ci convertiremo dal peccato, il Signore si «convertirà» dalla sua intenzione di castigare: è questa la convinzione del salmista, che trova eco anche nei nostri cuori, aprendoli alla speranza.
(Giovanni Paolo II, Salmi e cantici della seconda settimana, Chirico, Napoli 2002, p. 133)

Introduzione
Ringrazio innanzitutto p. Bruno Secondin per l’invito rivoltomi e mi rallegro del fatto che questa lectio divina nell’imminenza dell’Avvento stia ormai diventando una felice tradizione. Ancora una volta ci ritroviamo dunque insieme per leggere, meditare, pregare e contemplare la Parola di Dio contenuta nelle Sante Scritture. Quest’anno il testo biblico su cui mi è stato chiesto di riflettere insieme a voi è il Salmo 80 (79), che la chiesa propone come salmo responsoriale nella I domenica di Avvento dell’annata liturgica B.
Sappiamo bene come l’Avvento sia il tempo in cui l’attesa di Gesù Cristo che viene presto nella gloria dovrebbe farsi più che mai intensa da parte di noi cristiani. Come leggeremo domenica prossima nelle due letture parallele al vangelo, l’Avvento è il tempo in cui siamo chiamati a invocare con tutte le nostre forze: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19); è un’occasione decisiva per rinsaldare la nostra vocazione a essere uomini e donne che «attendono la manifestazione del Signore Gesù Cristo» (cf. 1Cor 1,7). Ebbene, in tale ottica il Sal 80 costituisce una straordinaria porta di accesso all’Avvento. Lo aveva compreso con la sua consueta intelligenza André Rose (1920-2003), uno dei più acuti commentatori del Salterio, che ha saputo cogliere la centralità e l’influenza di questo libro biblico nella grande tradizione cristiana. Scriveva questo studioso, al quale dedico idealmente la mia meditazione:

La chiesa prega questo salmo tra la prima e la seconda venuta di Cristo … Esso traduce l’aspirazione ardente della chiesa verso la venuta definitiva del Regno di Dio … Questo salmo è utilizzato con tale frequenza durante questo tempo liturgico, che può essere definito il salmo dell’Avvento» (Psaumes et prière chrétienne: essai sur la lecture de quelques Psaumes dans la tradition chrétienne, Biblica, Saint-André de Bruges 1965, pp. 225.229).

Dopo esserci dedicati brevemente a una contestualizzazione storica e letteraria del Sal 80, procederemo dunque ad analizzare i «movimenti» interni a questo testo, per venire infine a una lettura propriamente cristiana di un salmo nel quale – come affermava Agostino – «si canta la venuta (adventus) del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo» (Esposizioni sui Salmi 79,1 [PL 36,1021]).
1. Contesto storico e struttura letteraria del Sal 80
Il Sal 80, appartenente alla collezione dei cosiddetti «salmi di Asaf» (Sal 50; 73-83), è una supplica collettiva della comunità di Israele: in un’epoca di gravi difficoltà attraversate dal popolo, il salmista, fattosi voce di tutta la comunità, invoca Dio perché torni a far risplendere il suo volto e mostri di nuovo la sua misericordiosa vicinanza, liberando così Israele dalla sofferenza.
È difficile cercare una precisa contestualizzazione storica del nostro testo, perché praticamente tutte le ipotesi possibili sono state fatte dagli esegeti: si va dalla sconfitta patita dal regno del nord ad opera degli assiri nel 721 a.C. (a ciò indirizzerebbero sia la menzione di tribù appartenenti solo al territorio del nord ai vv. 2-3, sia la soprascritta del salmo secondo i LXX: «sull’Assiro»); alla deportazione in esilio a Babilonia degli abitanti del regno del sud nel 587 a.C.; fino alla persecuzione subìta dagli abitanti di Gerusalemme da parte del re Antioco IV Epifane alla metà del II secolo a.C.
Questa incertezza, se da un lato delude il nostro desiderio di conoscere l’esatta contestualizzazione storica, offre però la possibilità di un’interessante acquisizione a livello spirituale: ci testimonia che questo salmo è valido in ogni tempo, che sempre il popolo di Dio nella storia può trovarsi in situazioni nelle quali è chiamato a rinnovare tale supplica. Lo attesta, per esempio, anche uno dei cosiddetti tituli psalmorum, titoli tradizionali che orientano la preghiera cristiana, fornendone una sintetica ermeneutica. Il titolo della serie terza, ispirata da Girolamo, recita: «Voce della chiesa nella persecuzione». Insomma, come osservava quasi trent’anni fa Gianfranco Ravasi nel suo commento ai Salmi, divenuto nel frattempo un classico,

il testo [del Sal 80] vive ormai una sua esistenza poetica e spirituale eterna che lo strappa dai connotati concreti e lo fa diventare supplica costante di un popolo, della sua passione e della sua speranza. Il ripetersi delle sofferenze e delle tribolazioni sembra [e sottolineo «sembra» (ci torneremo immediatamente)] quasi un «sonno» del Signore; ma da esso Dio si risveglia per mostrare il suo amore ininterrotto per il popolo (Il libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, Vol. II (51-100), EDB, Bologna 1983, p. 676).

Quanto alla struttura del Sal 80, anche a questo riguardo le ipotesi sono numerose. Personalmente mi attengo alla struttura che considero più semplice, quella scandita dalla ripetizione di due ritornelli: «O Dio (oppure: Dio dell’universo), fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi!» (vv. 4.8.20); «Dio dell’universo, ritorna!» (v. 15). Ne risultano i seguenti «movimenti»:

Prima di passare a un’analisi puntuale di queste quattro sezioni, vorrei fare una considerazione più generale, suggeritami dalla presenza dei due diversi ritornelli. Per tre volte si chiede a Dio: «Fa’ che ritorniamo!», cioè «Convertici!» (verbo shuv alla forma causativa; Vulgata: «Deus, converte nos!»), specificando ulteriormente tale richiesta; una sola volta lo si invoca dicendo in modo lapidario: «Ritorna!» (stesso verbo, forma semplice attiva). Attraverso questo modo di esprimersi il salmista lascia intendere una verità fondamentale: il disastro della vigna, figura del popolo, dipende dai peccati del popolo stesso, dal suo essersi allontanato dal Signore. Solo se Israele, se la chiesa saprà chiedere al Signore la forza per fare ritorno a lui, solo allora scoprirà che il Signore è già in cammino per ritornare a mostrare il suo volto di luce: anzi, è sempre presente e accanto a noi, chiedendoci solo di accogliere la rivelazione del suo volto.
Detto altrimenti, sento il dovere di dissentire da quanti amano parlare con troppa facilità dell’enigmatico silenzio di Dio o, in questo caso, del suo sonno. Dissento da chi afferma che Dio ama nascondere il suo volto (haster panim: cf. Sal 13,2; 27,9; 30,8; 44,25; 69,18; 88,15; 102,3; 104,29; 143,7), ama abbandonare l’uomo (cf. Sal 38,2; 71,18; 74,19; 119,8.121), per metterlo alla prova, espressioni pure presenti nei salmi. Ho l’impressione che costoro amino fare, per così dire, della letteratura! Penso piuttosto che, decodificando con intelligenza queste locuzioni, emerga un’altra verità, molto più elementare: non è Dio che nasconde il suo volto, è l’uomo a essere abbagliato da altri volti da lui stesso attribuiti a Dio; non è Dio che dorme, è l’uomo a essere come intontito dalle suggestioni idolatriche di cui è preda!
Il profeta Geremia sintetizza in modo mirabile la dinamica della conversione, sottesa anche al nostro salmo, quando mette in bocca a Israele questa supplica: «Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore, mio Dio» (Ger 31,18). Con questa consapevolezza apprestiamoci dunque all’analisi dei «movimenti» del Sal 80.

2. I quattro «movimenti» del Sal 80

Il salmo si apre con l’invocazione a Dio quale «Pastore di Israele». Questo titolo, che richiama l’incipit del più noto Sal 23 («Il Signore è il mio pastore»: Sal 23,1), si serve della simbologia pastorale per esprimere la vicinanza, la cura amorosa di Dio, il suo essere guida e insieme compagno di cammino del suo gregge (cf. anche Ger 23,1-8; Ez 34,1-31). Per un popolo nomade e dedito alla pastorizia come Israele non c’è immagine più concreta ed eloquente per esprimere la fede-fiducia nel Signore Dio; quella fede, che sempre nel Sal 23, è manifestata da una dichiarazione semplicissima, sulla quale è possibile fondare un’intera vita: «Tu sei con me» (atta’ ’immadi: v. 4). Il Signore, «il Dio che è stato il pastore del suo popolo da quando esiste fino a oggi» (cf. Gen 48,15), certamente ascolterà la sua supplica e si rivelerà nuovamente quale pastore, come colui che sempre «guida il suo gregge», come il re («qui regis Israhel»: v. 2 Vulg. [LXX]) che sempre salva il suo popolo.
Il salmista si rivolge poi a Dio con un altro titolo: il Signore è colui che «siede sui cherubini» (1Sam 4,4; 2Sam 6,2), le due figure dalla forma metà umana e metà animale scolpite alle estremità del propiziatorio che copriva l’arca dell’alleanza (cf. Es 25,18-22). Il Signore che «cavalca i cherubini» (cf. Sal 18,11), lui la cui Shekinà risplende sull’arca, lui che sull’arca ha guidato Israele nel deserto, può forse assistere inerte al disastro del suo popolo? Certamente no, e per questo l’orante può invocare con grande franchezza: «Risplendi … risveglia la tua potenza e vieni a salvarci!». Questa fiduciosa insistenza, accresciuta dalla seconda parte del ritornello («Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi!»), è unita alla coscienza di essersi allontanati dal Signore, la quale spinge a una richiesta che è insieme una confessione: «O Dio, fa’ che ritorniamo!». La teofania luminosa e salvifica di Dio, infatti, può essere accolta solo nella misura in cui ci si scopre peccatori, bisognosi del suo perdono. Un perdono che si manifesta attraverso i tratti del suo volto distesi in un sorriso pieno di amore, come espresso nella famosa benedizione sacerdotale:

Il Signore ti benedica e ti protegga.
Il Signore faccia risplendere su te il suo volto e ti accordi la sua grazia.
Il Signore rivolga a te il suo sguardo e ti doni la pace (Nm 6,24-26).

In contrasto con la prima strofa, risplendente della gloria luminosa di Dio, la seconda è caratterizzata dalla tonalità del lamento. Ciò appare evidente fin dalla domanda di apertura, molto frequente nei salmi: «Fino a quando, Signore?» (cf. Sal 6,4; 13,2-3; 74,10, ecc.). Il Signore, «Dio dell’universo» (meglio che «Dio degli eserciti»: si tratta di un titolo originariamente associato all’arca e riferito alle armate celesti; in seguito divenne un appellativo convenzionale per indicare l’onnipotenza di Dio), sembra fremere di sdegno contro le preghiere del popolo, facendone un oggetto di scherno agli occhi delle genti nemiche circostanti. Per descrivere la triste situazione in cui Israele è immerso, il salmista capovolge addirittura i tratti della simbologia pastorale: il Dio che solitamente «fa riposare [i credenti] su pascoli di erbe verdeggianti e li conduce ad acque tranquille» (cf. Sal 23,2), ora «li nutre con pane di lacrime (cf. anche Sal 42,4; 102,10), li disseta con lacrime in abbondanza».
Ma è proprio così? La responsabilità di questa situazione è veramente di Dio? Oppure l’attuale condizione di miseria non è forse la manifestazione di una sorta di «giustizia immanente», per dirla con Dietrich Bonhoeffer (cf. Resistenza e resa, Paoline, Cinisello Balsamo [Mi] 1988, pp. 67-68)? Sì, il popolo sta solo raccogliendo quanto ha seminato, come esprime con chiarezza il Sal 7:

Chi non si converte e affila la sua spada
tende l’arco e punta al bersaglio
si prepara strumenti di morte
delle sue frecce fa dei tizzoni.
Eccolo concepire il male
diventare gravido di delitto,
partorire su di sé la disgrazia.
Se apre una buca e la scava
cadrà nella fossa che ha fatto
il suo delitto ricadrà sul suo capo
la sua violenza gli piomberà sulla testa (Sal 7,13-17).

Dopo il canto del ritornello, si giunge al centro del salmo, dominato dall’immagine della vigna. Attraverso questa simbolica tradizionale nelle Sante Scritture (si veda in particolare il poemetto di Is 5,1-7), il Sal 80 ricapitola tutta la storia di Israele, dall’esodo, alla conquista della terra, fino al presente. Più precisamente, si dovrebbe dire che qui viene narrata la passione di Dio per Israele, sua vigna: è Dio che «ha sradicato una vite dall’Egitto, ha scacciato le genti, l’ha trapiantata, ha preparato il terreno per lei», l’ha fatta crescere fino a che Israele è diventato una «vite rigogliosa, … che dava sempre il suo frutto» (Os 10,1). Ai vv. 11-12 viene raffigurato il massimo splendore della vigna-Israele: all’epoca di Salomone (cf. 1Re 5,1.4) il suo regno si estendeva con ampiezza da nord a sud (dal Libano fino ai monti di Giuda) e da ovest a est (dal mar Mediterraneo al fiume Eufrate).
Ma la situazione attuale è capovolta, è posta sotto il segno della desolazione: «Il cinghiale del bosco devasta la vigna e le bestie della campagna vi pascolano». Questi sono, metaforicamente, i fatti, interpretati dal salmista con una domanda che richiama il «Fino a quando?» di cui sopra: «Perché [, o Dio,] hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante?». In proposito vorrei evidenziare un parallelo molto eloquente con il già evocato «canto alla vigna» di Is 5,1-7. Là è Dio che si chiede: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?» (Is 5,4). E soprattutto: «Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?» (ibid.). Lo stesso Osea, dopo aver riportato le parole con cui Dio descrive la fecondità della sua vigna, gli pone in bocca questa sconsolata constatazione: «… ma più abbondante era il suo frutto, più moltiplicava gli altari; più ricca era la terra, più belle faceva le sue stele» (Os 10,1). Ecco la realtà sorprendente e per certi versi drammatica narrata dai profeti, che fa da pendant alle domande del Sal 80: da una parte l’amore di Dio per la sua vigna, dall’altra la risposta idolatrica della vigna, il suo tradire l’amore ricevuto. È una storia che continuerà, come attesta Geremia mediante un interrogativo che sempre pone in questione il popolo di Dio: «Io ti avevo piantato come vigna pregiata, tutta di vitigni genuini; come mai ti sei mutata in tralci degeneri di vigna bastarda?» (Ger 2,21).

L’antifona «Dio dell’universo, ritorna!» apre la strofa conclusiva del salmo. Nel cuore del salmista si fa nuovamente largo la speranza: Dio tornerà a visitare la sua vigna e scaccerà fuori dal suo recinto quanti hanno tentato di sradicarla e di incendiarla. I verbi impiegati al v. 15 esprimono l’amorosa sollecitudine con cui Dio si prende cura della sua vigna: egli rivolge il suo sguardo dai cieli (hibbit), vede con attenzione (ra’ah) e visita (paqad) per portare liberazione.
Questa speranza si specifica poi ulteriormente, assumendo una tonalità messianica: «Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte». In prima battuta questi due titoli si riferiscono con buona probabilità al re davidico, atteso per riscattare Israele. Lungo la storia però, in particolare dopo la catastrofe del 587 a.C. coincisa con la fine della dinastia davidica, questa invocazione si riveste sempre più di un carattere messianico. Colui che è atteso è dunque il Re Messia, il Figlio dell’uomo (cf. Dn 7,13) escatologico inviato da Dio. Lo attesta già la parafrasi aramaica del Targum: «Ricordati con misericordia di questa vite e del germoglio che la tua destra ha piantato, a motivo del Re Messia da te reso forte» (Sal 80,15-16 Tg).
Infine, prima di essere concluso dal solito ritornello, il Sal 80 sfocia in una promessa da parte del popolo, che si configura come una vera e propria professione di fede: «Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo Nome». Questo solenne impegno è espresso con una significativa alternanza di verbi: al centro viene evocata l’iniziativa del Signore Dio, il suo ridonare la vita al popolo; a questo primum decisivo corrispondono l’adesione a Dio e l’invocazione del suo Nome misericordioso da parte dei credenti.
L’azione di Dio che «ritorna a donare la vita al suo popolo» (cf. Sal 85,7) fonda e sostiene la promessa del popolo di fare ritorno a Dio.

3. Una lettura cristiana del Sal 80
In questa ultima parte della mia meditatio vorrei abbozzare qualche elemento di una lettura cristiana del Sal 80. Il nostro scopo è quello di fare alcune esemplificazioni relative a questo specifico salmo, in particolare nell’ottica del tempo liturgico dell’Avvento. Più in generale, però, mi preme innanzitutto di far comprendere la fondamentale importanza di una lettura cristiana del Salterio.
Come è noto, la tradizione cristiana ha sempre affermato che tutte le Sante Scritture vanno lette «in Cristo», il quale è la chiave ermeneutica per aprirle, comprenderle e giudicarle. Ciò vale in modo peculiare per la lettura dei salmi: i salmi sono infatti preghiera di Cristo, del Christus totus, il Cristo totale – secondo l’espressione di Agostino (cf., per esempio, Esposizioni sui Salmi 30,II,2,1 [PL 36,239]) – poiché in essi pregano la testa e le membra, il capo che è Cristo e il corpo che è la chiesa (cf. Ef 1,22-23; Col 1,18). Il cristiano che prega i salmi per Cristo, con Cristo e in Cristo vede così diventare sempre più preghiera sua la preghiera di Cristo, e vox sua la vox Christi; egli impara ad avere in sé sempre di più lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù (cf. Fil 2,5), crescendo verso la statura di Cristo (cf. Ef 4,13), di lui che è il cantator psalmorum per eccellenza (cf. Principi e norme per la liturgia delle Ore 109, Conferenza Episcopale italiana, Roma 1975, pp. 47-48).
Facciamo dunque un esempio di questo approccio propriamente cristiano al Salterio, prendendo in esame il Sal 80. Si potrebbe seguire la pista delle varie tematiche del salmo, interpretabili in chiave cristologica:

Sulla scia di André Rose (cf. op cit., pp. 225-227) preferisco però fornirvi la traccia di una lettura complessiva del Sal 80 in chiave cristologica, per lasciare poi spazio a qualche saggio di testi liturgici ispirati da questo componimento.

La prima strofa (vv. 2-3) costituisce un appello alla parusia, alla venuta del Messia Gesù Cristo nella gloria, rivelazione definitiva della giustizia e della misericordia di Dio. Mentre cantiamo: «Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci!», il nostro cuore non può che intonare, in parallelo: «Marana tha! Vieni, Signore Gesù» (1Cor 16,22; Ap 22,20) e ascoltare la sua risposta: «Sì, vengo presto! Amen» (Ap 22,20).
La domanda: «Fino a quando?», che apre la seconda strofa (vv. 5-6), è un’urgente invocazione affinché si compia finalmente la giustizia di Dio, quella giustizia che Gesù ha vissuto e insegnato. Eleviamo dunque questo grido insieme ai nostri fratelli cristiani perseguitati, di cui sono voce i martiri dell’Apocalisse: «Fino a quando, Signore, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue?» (Ap 6,10). Nello stesso tempo, però, dobbiamo fare memoria delle parole di Gesù, che collocano nella giusta prospettiva anche questa richiesta:
Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? (Lc 18,7-8).

Le ultime due strofe (vv. 9-19) possono essere lette insieme. La vigna è immagine anche della chiesa, diffusa su tutta la terra e pellegrina in mezzo alle traversie della storia: una chiesa che soffre sia per le persecuzioni mondane sia per i peccati dei suoi figli. Ebbene, la grande speranza dei cristiani che pregano il Sal 80 è che Dio visiti la chiesa e l’umanità intera, le porti cioè la sua salvezza attraverso la venuta gloriosa di Gesù Cristo. È Cristo «l’uomo della destra di Dio», il «Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza che vedremo venire con le nubi del cielo» (cf. Mc 14,62; Mt 26,64; cf. Sal 110,1; Dn 13,7). È Cristo il Sole che ci ha già visitato sorgendo dall’altro (cf. Lc 1,78); è lui il grande profeta attraverso cui Dio ci ha visitato (cf. Lc 7,16), ma «il tempo della sua visita» (cf. Lc 19,44) non è stato riconosciuto. Ecco perché, mentre terminiamo la lettura del Sal 80 invocando: «Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere!», dobbiamo nel contempo chiederci con spietata lucidità: saremo in grado di riconoscere e di accogliere il Signore Gesù Cristo, «nel giorno della sua visita» (1Pt 2,12; Is 10,3) definitiva? Ovvero: nel nostro oggi sappiamo – come ci chiede l’orazione colletta della I domenica di Avvento – «andare incontro con azioni di giustizia al Cristo veniente»? Sappiamo affrettare la venuta del Giorno di Cristo (cf. 2Pt 3,12)?

Vorrei infine presentarvi schematicamente qualche saggio di testi liturgici ispirati dal Sal 80, introducendo così la nostra oratio.

Le antifone maggiori dell’Avvento (dette anche antifone O, perché cominciano tutte con il vocativo «O»), attribuite dalla tradizione a papa Gregorio Magno, sono sette antifone latine che cantano la venuta gloriosa di Cristo, invocato con diversi titoli biblici. Vengono eseguite come antifone del Magnificat nei vespri e come versetto allelujatico del vangelo nella liturgia eucaristica delle ferie maggiori di Avvento, dal 17 al 23 dicembre.
La tela di fondo di questi piccoli gioielli, espressione di una fede plasmata dalle Scritture, è costituita proprio dal Sal 80, come emerge da un raffronto testuale con la Vulgata del nostro salmo. In particolare, le ultime tre antifone sono quelle più strettamente connesse al Sal 80 (cf. vv. 3.4.8.20):

Vieni a illuminare chi giace nelle tenebre (Ant. Oriens).
Vieni e salva l’uomo (Ant. O Rex gentium).
Vieni e salvaci, Signore Dio nostro (Ant. O Emmanuel).

Il cosiddetto Polisalmo, anch’esso tradizionalmente cantato durante le ferie maggiori di Avvento, è un centone di versetti salmici e profetici che invocano la venuta gloriosa di Cristo, segno della «visita» definitiva di Dio. Tre strofe su quattordici sono tratte dal Sal 80:

Vieni a liberarci, Signore, Dio dell’universo,
mostra a noi il tuo volto e saremo salvi (8° strofa).

Risveglia, Signore, la tua potenza
e vieni a portarci la salvezza (11° strofa).

Vieni e mostra a noi il tuo volto,
Signore nostro che siedi sui cherubini (14° strofa).

Riporto due collette della liturgia eucaristica, rispettivamente del giovedì e del venerdì della I settimana di Avvento, accomunate nell’originale latino dallo stesso incipit, tratto dal Sal 79 (80),3: «Excita potentiam tuam et veni» (queste ultime due parole presenti solo nel secondo testo). Faccio solo notare che in entrambe le preghiere è contenuta la dialettica – vista all’inizio – tra la venuta, il ritorno del Signore verso di noi e il nostro fare ritorno a lui.

Ridesta la tua potenza, Signore,
e con grande forza soccorrici;
la tua grazia vinca le resistenze del peccato
e affretti il momento della salvezza.

 

Ridesta, ti preghiamo, la tua potenza e vieni, Signore:
nei pericoli che ci minacciano a causa dei nostri peccati,
la tua protezione ci liberi,
il tuo soccorso ci salvi.

Accanto ai tituli psalmorum, l’altro grande strumento tradizionale per pregare questi testi biblici sono le orazioni salmiche. Si tratta di preghiere che seguivano la recitazione di un salmo e con cui chi presiedeva l’assemblea liturgica raccoglieva le intenzioni dei presenti, ispirandosi al linguaggio e ai temi del salmo stesso.
Si legge, per esempio, nell’orazione proveniente dalla tradizione africana:

Signore, ricordati di noi,
che siamo stati nutriti di un pane di lacrime
e dissetati con lacrime in abbondanza:
vieni e liberaci dalle nostre angosce.
Ti preghiamo, facci ritornare a te:
mostra a noi il tuo volto e saremo salvi.

Conclusione
Le orazioni appena citate costituiscono una degna conclusione dell’articolato percorso biblico, cristologico e liturgico fatto a partire dal Sal 80. Per parte mia, vorrei congedarmi ripetendo insieme a voi l’invocazione che scandisce il salmo: «O Dio, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi!».
La luce del volto del Signore Gesù Cristo, immagine definitiva di Dio, illumini non solo questo tempo di Avvento, ma l’intera nostra esistenza, fino al giorno in cui lo vedremo faccia a faccia e avremo in lui la vita eterna.

Enzo Bianchi
Priore di Bose

BIBLIOGRAFIA
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