Sono innamorato del buio e del silenzio che aiutano a vivere

Anselm Kiefer, Sternenfall (Stelle cadenti), 1998
Anselm Kiefer, Sternenfall (Stelle cadenti), 1998

20 settembre 2019
La Repubblica - Torinosette

di Domenico Agasso jr a Luciano Manicardi

TORINO. Questa intervista lo costringe ad andare a letto molto tardi. A un orario «non da monaco». Ma per il priore di Bose la sera è l’unico momento ritagliabile. Fra preghiere, lavoro e meditazioni, le giornate sono intense, e iniziano quando l’alba è ancora lontana. Fratel Luciano Manicardi, emiliano, classe 1957, fa parte della Comunità monastica del biellese dal 1981. La guida dal gennaio 2017, quando ha raccolto l’eredità del fondatore, Enzo Bianchi. Giovedì 26 settembre inaugurerà «Torino Spiritualità» dialogando con Dario Argento sui «terrori della notte».

Fratel Manicardi, a lei piace la notte? Come la vive?

«È spazio di silenzio e di solitudine. Un monaco poi, normalmente, si corica presto alla sera e si alza presto al mattino, quando ancora è buio. Per cui il buio è non solo la coltre che favorisce il sonno, ma anche il compagno delle primissime ore mattutine. Pur conoscendo le tentazioni di rifiutarmi al silenzio e alla solitudine, al faticoso e spesso doloroso incontro con me stesso, quando la notte (intendo una parte della notte, il mattino presto) è vissuta in consapevole e attenta veglia, è per me occasione di felicità che deriva dalla lucidità di cui è portatrice, da una pace che il giorno, con il vorticoso valzer di incontri, colloqui, riunioni, problemi, non conosce».

Come definirebbe quel tempo notturno?

«Luogo di pacificazione e di rafforzamento interiore».

Com’è la notte a Bose? «Ne sono innamorato, perché non c’è inquinamento luminoso, il buio fa risplendere più che mai la luce delle stelle. E le voci del bosco sono esaltate dal silenzio notturno».

Qual è il legame tra notte e giorno?

«Con le sue molteplici attività, il giorno rivelerà come si è vissuta la notte».

Perché è importante avere confidenza con il buio?

«Perché è in noi, perché in noi abita una dimensione di ombra. Perché noi non siamo traslucidi a noi stessi, ma in noi abitano opacità ed enigma. Prendere dimestichezza fino a non avere paura del buio, ma abituando lo sguardo a discernere i contorni delle cose nel buio notturno, è pedagogico all’opera di riconoscere, nominare le zone di tenebra che sono in noi, e con cui siamo chiamati a convivere, fino ad assumere dimestichezza con esse».

E gli incubi che ruolo hanno? «I fantasmi e i demoni che sono in noi e che si manifestano negli incubi notturni sono spesso una presenza che va addomesticata, ma che mai scomparirà. Riconoscere le proprie zone d’ombra è importante per non esserne dominati e schiacciati. Avere confidenza con il buio che noi siamo a noi stessi, ci ricorda la necessaria umiltà come elemento decisivo del ben vivere. E ci ricorda che tanto la ragione, come l’affettività, come la fede, sono dimensioni che non tolgono né l’enigma né il buio. Ci aiutano ad assumerli, a conviverci, ma non ce li tolgono».

Quelli di oggi sono tempi bui? A che punto è la notte?

«Ogni epoca presenta luci e ombre. Bisogna poi intendersi su cosa si intende per buio. Se intendiamo il buio in riferimento all’inumano che si fa strada tra i viventi, tanto nei comportamenti relazionali quotidiani quanto nelle politiche, allora possiamo dire che nel nostro Occidente stiamo vivendo tempi cattivi, in cui quasi ci si fa un vanto della cattiveria».

Per esempio?

«Da politiche di respingimento nei confronti di poveri migranti, a impedimento nel soccorrere in mare chi è in difficoltà e rischia la morte, a episodi odiosi di violenza e intolleranza verso stranieri braccianti che lavorano per pochi soldi nelle campagne del nostro Meridione, tanti sono i gesti di cattiveria e inumanità che colorano di tinte tenebrose i nostri giorni e riguardano governi nazionali e singoli cittadini, e anche ragazzi e adolescenti che crescono nell’insegnamento del disprezzo verso il povero e lo straniero. Guardando a questo, la notte appare fonda».

Una caratteristica della notte è il silenzio: quanto conta nella vita?

«È l’altra faccia della parola. Ed è essenziale per elaborare e pronunciare una parola sensata, densa, non vacua. Il silenzio è lo spazio-tempo che permette l’ascolto e così consente il dialogo. Il silenzio è essenziale all’uomo. Appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo. La parola in effetti perisce se perde il suo radicamento nel silenzio. Scissa da esso la parola si corrompe, si deturpa, si svilisce. Il silenzio appare così oggi un’istanza ecologica che può aiutare sia l’individuo nella difficile arte della vita interiore, sia la società nel ritrovare un’etica della parola».

Il buio e l’ignoto spesso spaventano: quanto è presente la paura nella società di oggi? «La paura spesso è un’emozione indotta, a volte frutto di bombardamenti mediatici, a volte sfruttata per fini politici o ideologici. E si sviluppa anche grazie all’ignoranza, alla poca conoscenza. La paura dell’altro uomo, in particolare dello straniero, è spesso legata a stereotipi, pregiudizi, e potrebbe svanire se si osasse l’incontro faccia a faccia, l’ascolto delle storie e delle sofferenze dell’altro. Forse si potrebbe fare l’esperienza di quanto espresso da un bell’apologo buddista che dice: “Camminavo nella foresta, e vidi un’ombra, ed ebbi paura, pensando che fosse una bestia feroce. L’ombra si avvicinò, e mi accorsi che era un uomo. Quando si fece ancora più vicina, mi accorsi che era un fratello”. Tra le varie paure, ce n’è una poco sottolineata, ma reale: quella del quotidiano, spesso sentito come faticoso e da cui si vorrebbe fuggire».

Quali sono le derive della paura?

«L’aggressività e la violenza, gli atteggiamenti di rifiuto e anche di eliminazione dell’altro per difendersi dalla minaccia che si pensa o si sente che rappresenti. La paura atrofizza il pensiero, inibisce la capacità riflessiva dell’uomo e lo induce a usare la forza mettendo in atto un impulso reattivo di autoconservazione, ma così facendo non fa che generare la paura nell’aggredito, così che tra paura e aggressività si crea un circolo vizioso difficile da interrompere».

Di che cosa ha più bisogno la gente oggi? Sicurezza? Ricchezza? Emozioni? Relazioni?

«Oggi il bisogno di sicurezza è propagato da molti media e la sicurezza è cavallo di battaglia di alcune forze politiche. Ma non è di sicurezza che c’è bisogno, bensì di fiducia. Che sta anche alla base di relazioni buone. Anzi, la sicurezza a ogni costo distrugge la fiducia. Paradossalmente, la ricerca ossessiva di sicurezza, minando la fiducia, produce come effetto la maggiore fragilizzazione del tessuto sociale e provoca una maggiore instabilità e insicurezza nelle relazioni».

Che cos’è la fiducia?

«Si fonda su un’esperienza, su una conoscenza (ci si fida di chi si è dimostrato affidabile), ma comprende sempre una parte di incognito perché chi sa pienamente non ha bisogno di fidarsi e chi non sa affatto non può ragionevolmente fidarsi. Vi è un’indubbia dimensione di fragilità nell’atto di fiducia. Non ho la certezza che la mia fiducia sarà contraccambiata e non invece tradita. Non essendo un sapere a tutto tondo, la fiducia lascia spazio al dubbio».

Quali sono le conseguenze?

«Non il dubbio si oppone alla fiducia, ma il sospetto. Un mondo che persegue la sicurezza attraverso sistemi di controllo sofisticati e invasivi è attraversato, e intristito, dal sospetto. La trasparenza assoluta, la volontà di vedere, sapere , ascoltare tutto, sono esigenze tipiche dei regimi totalitari che, perseguendo il controllo sistematico dei cittadini ne annichiliscono la capacità di fiducia ed eliminano gli spazi per la domanda. E dunque gli spazi di libertà. Non credo che sia di questo che abbiamo bisogno».

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione del 20 settembre 2019 di Torinosette, il settimanale de La Stampa