Il buio

Anish Kapoor, Monumenta 2011
Anish Kapoor, Monumenta 2011

26 settembre 2019
La Repubblica

di Francesco Antonioli a Luciano Manicardi

Luciano Manicardi, classe 1961, è monaco della Comunità di Bose dal 1981. Ne è diventato Priore a gennaio 2017, succedendo al fondatore Enzo Bianchi. Tra i suoi volumi più recenti c'è "Memoria del limite. La condizione umana nella società postmortale" (Vita e Pensiero, 2016), in cui riflette su come la morte, "proprio nel porre un limite alla vita, le dà forma e possibilità di senso".

Fratel Luciano, lei, monaco, è tranquillo oppure vive momenti di paura?
"Come ogni uomo, anche il monaco sa bene che cosa sono le angosce. Il salmo 90 su cui ragioneremo viene pregato prima di coricarsi. Entrare nella notte significa entrare nella figura della morte. Lo ricorda anche la mitologia, nessuno ne è esentato. I sogni, i mostri, i fantasmi, si manifestano così. La notte è il momento in cui si perde il controllo: siamo più esposti al difficile confine con noi stessi. È il confronto con i demoni che abitano in noi. Ma spesso è la vita che fa paura e gli umani che spaventano. Il profeta Geremia parla di cuore come "abisso impenetrabile" ...

Che cos'è la notte per il monaco? Veglia, speranza o anche buio esistenziale?
"La notte è associata alla cella, luogo di solitudine e di silenzio. Può essere spazio di tentazione o diventare a sua volta luce nel vedere dentro di noi, abitando il nostro corpo. Insomma, la notte, come la cella, può essere area celeste o fornace di Babilonia, dipende".

Bose è spesso un porto aperto per molti profughi della vita, che vivono sulla soglia della fede: quali paure sono disegnate sui volti di chi bussa al monastero?
"Al di là delle paure indotte dai social media e da certa politica - l'altro, lo straniero - direi che portano nella loro carne l'ansia del quotidiano, quella che nasce dalla fatica delle relazioni: in famiglia, tra marito e moglie, tra conviventi, con i figli, sul lavoro. Più che fuga dal mondo cercano contromisure. Ci sono giovani ludopatici oppure prigionieri delle loro identità digitali, nascosti nei nickname che impediscono loro di rapportarsi con gli altri. Uomini e donne che non riescono a reggere la fatica, a volte il terrore, di ogni giorno".

Durante la notte non sappiamo più riposare. Sono sempre più frequenti i disturbi del sonno. Malessere spirituale o malessere fisico?
"Sovente è un intreccio micidiale. C'è addirittura chi inverte giorno e notte. Il problema cruciale, all'origine, è culturale e sociale: si annida nel rapporto malato con il tempo e con il fare. Siamo divorati, stressati dal tempo. Non sappiamo essere se non frenetici. Questo meccanismo genera paura. Non si trova requie e questo destabilizza".

Il buio che ci capita di sperimentare anche di giorno, nella vita quotidiana, è forse dovuto a un'etica della parola che non esiste più?
"Tra i nostri mali, anche della politica, ci sono una comunicazione deficitaria e l'imbarbarimento della parola: come aggressione violenta, come calunnia. Mali antichi, di sicuro, ma oggi amplificati a dismisura dal web. Ciò che la parola deturpata provoca è l'erosione della fiducia: così scattano sospetto, diffidenza, paura. La parola, invece, può illuminare il buio perché disegna i contorni delle cose anche in chi vede poco, rendendoli visibili e vivibili. Lo strame della parola è un guaio serio: ritrovarne un'etica significa ridare ordine e bellezza alle relazioni, dalle più intime a quelle internazionali tra gli Stati".

Una curiosità: che cosa domanderebbe a Dario Argento, il Maestro dell'horror? 
Gli chiederei: la sua attività artistica è un esorcismo, un addomesticamento delle paure? E ancora: che radicamento hanno nel suo animo quei sogni terribili?"