La fede nell’incredibile promessa del Signore

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20 dicembre 2020

Accoglienza liturgica di fr. Simone e sr. Chiara

IV Domenica di Avvento
2Sam 7,1-5.8b-12.14a-16; Rm 16,25-27; Lc 1,26-38

Le tre letture della IV domenica di Avvento hanno al loro cuore l’annuncio della fedeltà di Dio. Dio stipula un’alleanza con David assicurando al discendente regale la stabilità del regno (2Sam 7) e adempie tale promessa stringendo un’alleanza con Maria e costituendola madre del Messia (Lc 1). Questo, come dice la seconda lettura, è il disegno sapiente di Dio, il mistero a lungo taciuto, che trova in Cristo il suo svelamento. L’insieme delle letture invita a volgere ormai lo sguardo verso l’incarnazione, evento in cui sfocia la fedeltà di Dio all’umanità. Le tre letture formano una dinamica di questo tipo: alla promessa di Dio che si rivolge all’uomo e che instaura un’attesa verso il futuro (la prima lettura), segue la narrazione della ricezione personale della promessa, mediante la quale la parola di Dio trova una interlocutrice umana in Maria che la accoglie e le dà carne; infine, nella seconda lettura abbiamo la celebrazione della Parola, la dossologia che canta il compimento della promessa (Rm 16). Si disegna così un itinerario che è il cammino stesso della parola da Dio all’uomo e dall’uomo di nuovo a Dio: promessa di Dio – sua realizzazione storica e personale – liturgia. E di questo percorso tutto centrato su Gesù il Messia, noi abbiamo stasera una esemplificazione, una realizzazione in questa liturgia dell’accoglienza liturgica di un fratello e di una sorella. La promessa di Dio che ascoltiamo nelle Scritture sante trova in Simone e in Chiara due credenti che la accolgono e si dispongono a darle vita, obbedendo ad essa in modo radicale nella loro carne impegnando la loro esistenza nella vita monastica, nella vita comune e nel celibato. E tutti insieme noi celebriamo liturgicamente questo evento davanti al Signore.

E a tutti noi, non solo a Simone e a Chiara, ma a tutti quanti noi, è chiesta una sola cosa in questa liturgia: la fede. La fede nella fedeltà del Signore, la fede nella parola del Signore, la fede nella sua promessa. Una vita cristiana, e ovviamente una vita monastica, è una vita di fede. Semplicemente, essenzialmente e radicalmente questo. Non una vita di osservanze o di scrupoli, ma di fede. Non diamolo per scontato, perché nel lungo cammino di una vita monastica avviene - è avvenuto, avviene e avverrà ancora - che se uno non rinnova le motivazioni che l’hanno guidato a sceglierla, sostituisce la radicalità cristiana con realizzazioni personali, lavorative, intellettuali, con protagonismi di diversa specie, fossero pure ecclesiali o spirituali, oppure fa della vita monastica il ricovero, il nido sicuro che lo protegge dal mondo e lo infantilizza.

Di questa fede noi abbiamo una narrazione efficace in Maria, nel brano evangelico che ci viene proposto in questa sera. Il testo evangelico presenta l’irrompere della parola di Dio nel quotidiano della vita di gente semplice, una coppia di fidanzati: il quotidiano è il luogo in cui noi viviamo la fede. L’incarnazione non significa solo che Dio ha assunto un corpo umano, ma che la vita di fede la si vive nel quotidiano fatto di lavoro, incontri, relazioni, conversazioni, pasti. Non è richiesto nulla di eccezionale, non sono richieste competenze o attitudini particolari o speciali, solo un cuore che accetta di purificarsi nel confronto con la durezza della realtà e diviene capace di obbedienza a quella parola di Dio che proprio nella realtà e attraverso di essa si rivolge a noi. È richiesto un occhio che diviene sempre più semplice e luminoso perché si fa illuminare dalla luce della Parola di Dio. È richiesta una bocca sincera e che non mente perché ascolta Colui sulla cui

bocca non fu trovato inganno. Solo gli occhi del cuore fissi su Gesù, il Cristo, possono operare la conversione che ci è domandata. Questo è chiesto a Simone e a Chiara e anche a ciascuno di noi: di volgere e tenere fisso lo sguardo a Gesù Cristo, “colui che dà origine e porta a compimento la fede” (Eb 12,2). E questa dev’essere l’opera di ogni giorno, l’ascesi quotidiana, lo sforzo di ogni giorno. Ma lì si trova anche la gioia profonda e impagabile, la gioia che nessuno ci può strappare.

A Maria è rivolta una promessa da Dio e suo compito è la fede, è credere alla promessa. Ovvero, credere l’incredibile: lei, vergine, avrà un figlio. Questa sera voi, Simone e Chiara fate una promessa davanti al Signore e alla Comunità, ma soprattutto voi fate fiducia alla promessa di Dio divenuta sì in Cristo. E poiché promettere è far sperare, è aprire il futuro, la fede vi impegna anche a sperare l’insperabile. Come Maria che viene posta in attesa di un evento che non ha protagonisti umani, ma solo la potenza del Signore, il suo Spirito santo. Sì, la fede è credere l’incredibile perché in ogni nostro atto di fede è presente la fede nella resurrezione, il riscontrare una realtà di morte in noi e attorno a noi e, allo stesso tempo, il credere la vita che viene da Dio. Questo è talmente vero che il segno che viene dato a Maria, la vergine di Nazaret, come garanzia dello straordinario che sta per avvenire in lei, è quanto avvenuto a Elisabetta, la sterile. Due situazioni di morte sono divenute creatrici di vita grazie alla fede. Grazie al sì di Maria trova compimento quella storia della promessa divina che già nell’Antico Testamento si è fatta strada grazie a nascite prodigiose da donne sterili. La storia della salvezza è la storia dell’impossibile che Dio rende possibile grazie a uomini e donne che credono alla fedeltà di Dio e alla potenza della sua parola. E questo appare con ancora maggiore evidenza se si tiene conto di un elemento importante per leggere questo testo di Luca.

Il brano evangelico non presenta soltanto l’annuncio della nascita straordinaria del Messia a Maria, ma è anche il racconto della vocazione di Maria. E ciò a cui Maria è chiamata (“concepirai un figlio, lo darai alla luce”) non è difficile, è semplicemente impossibile a lei che è vergine e non ha relazioni sessuali con un uomo. La vocazione non è il semplice sviluppo delle doti o delle capacità naturali della persona, ma appello ad aprirsi a ciò che il Signore compirà e ad andare non dove vorremmo noi, ma dove lui indicherà, come per Abramo, che partì senza sapere dove andava. La vocazione chiede fiducia, apertura al novum, all’inedito, e soprattutto chiede la fiducia nel Dio a cui “nulla è impossibile” (v. 37). Coscienza della propria reale condizione, della propria limitatezza, ma anche fiducia nella potenza della misericordia di Dio: ecco i due poli della vocazione. La propria povertà, la propria piccolezza, accettata e assunta serenamente perché colta sotto lo sguardo amoroso di Dio, diviene la più grande ricchezza del credente. Non motivo per sminuirci o deprimerci o sfiduciarci. Il Dio che ci ama è il Dio che crede in noi. E noi crediamo nel Dio che crede e ha fiducia in noi.

Cosa ci dice ancora il testo dell’annunciazione in cui Maria appare come figura del credente? Ci dice che la vocazione, la vocazione di Maria ma anche la nostra vocazione, la vocazione nel dipanarsi della sua storia lungo gli anni, il lungo cammino della vocazione “ricevuta, accolta e poi scelta” (Regola di Bose 10), arriverà a produrre turbamento nella persona chiamata, come Maria che fu turbata, la porterà a chiedersi che senso abbia la vita che ha creduto di intraprendere in obbedienza alla parola di Dio. La porterà a sgomentarsi percependo che la vocazione scelta perché in essa ha individuato e trovato vita e pienezza, è anche la vita che la conduce alla morte. Non stupiamoci, questo avviene nel cammino monastico, come è avvenuto a Maria che “si domandava che senso avesse” la chiamata rivoltale dall’angelo: obbedire e adempiere la vocazione significa infatti entrare in una morte a se stessi per lasciarsi plasmare dalla parola del Signore (“avvenga di me secondo la tua parola”) ed entrare così nell’esperienza della novità di vita, dell’essere nuova creatura. Nell’affidamento alla Parola di Dio che Maria compie vi è una promessa di vita, ma anche una realtà di morte. Non deve spaventare questo: perché questo è il cammino di ogni vocazione cristiana. E perché questa morte è un evento vitale, fecondo. Rifiutarla, significa rifiutarsi al lavoro spirituale che la vocazione ci richiede e continuare a vivere la vocazione monastica come protagonismo personale, come realizzazione di sé: allora si vedono monaci che dopo decenni sono ancora impegnati a far confronti tra sé e gli altri, tra il loro lavoro e quello degli altri, impegnati a gareggiare per mostrare che essi valgono più degli altri.

E il testo evangelico ci insegna anche che, nella vocazione di ciascuno di noi, viene per tutti il momento della coscienza dell’impossibile sequela e dello sgomento, subentra il timore di aver fallito e la paura del futuro. Ma ciò che è avvenuto per Maria ha valore tipico anche per i credenti di cui lei è figura: “Non temere”, “Il Signore è con te”, sono le promesse che si sente rivolgere Maria e sono le parole in cui può dimorare il credente nella sua personale fatica di perseverare nella vocazione. Maria crede l’impossibile: lei, vergine, avrà un figlio. Maria crede di più alla potenza della parola di Dio che all’evidenza della propria debolezza e piccolezza. La fede è una forza che impedisce di adagiarsi sull’ineluttabile, impedisce di dire “non ce la posso fare”, “non sono all’altezza”, si oppone alla paura che ci porta a ritrarci in noi stessi e a chiuderci in noi. La fede è dinamismo che scaccia la tentazione depressiva e spinge a non darla vinta all’inesorabile. In ogni autentico atto di fede è sempre implicita la fede nella resurrezione, la fede che non si arrende all’ovvietà della morte e alla ripetitività coercitiva delle leggi di natura (la vecchiaia e la sterilità di Elisabetta; la verginità di Maria; ma soprattutto e prima di tutto, la morte di Cristo). Credere l’impossibile significa dunque aver sempre presente la resurrezione. La fede crede l’impossibile perché crede la resurrezione. La fede fa affidamento sul Dio a cui niente è impossibile, il Dio che ha risuscitato Cristo dai morti. La forza della fede capace di trasportare montagne è tutta lì. E non è un mito, ma una realtà sperimentabile: la fede del piccolo gregge ha saputo spostare folle e affascinare i cuori di tanti.

Ecco, nel buio, nel tunnel che appariva senza vie d’uscita, Maria forgia la sua fede e la sua speranza. Maria accoglie la sua vocazione e dice il suo sì. La luce inizia a splendere, ancora invisibile, ancora celata, quando il buio è ancora forte. Ma il futuro lo si plasma e lo si crea già nell’interiorità di un cuore che crede e che aderisce al Signore, lo si plasma nel silenzio della fede, nel nascondimento di un cuore che dice il suo sì alla promessa di Dio e impegna la propria vita con la fede. Non c’è visibilità né clamore per questo evento, eppure quale potenza scaturirà da quell’atto di affidamento. E quale potenza può scaturire da ogni autentico atto di fede.

Come è un grande atto di fede quello che compiono stasera Simone e Chiara. Credete di più alla potenza della parola di Dio che all’evidenza di debolezza delle vostre vite. Solo la fede può dare consistenza e perseveranza alla vostra vita monastica. E quando sarete tentati di scoraggiarvi ricordatevi le parole rivolte a Maria: “Non temere”, non farti vincere dalla paura; “Il Signore è con te”, non siete soli. E osate ripetere l’affidamento alla parola del Signore che fa di voi un servo e una serva del Signore: “Avvenga di me secondo la tua parola”. E non dimenticate neppure che la fiducia basilare va posta nella vita, quella vita che vi hanno trasmesso i genitori che sono qui presenti. Simone, credi all’amore del Signore che ti ha amato, ti ama, ti amerà e ti rende presenza amabilissima per tutti noi. Chiara credi che l’impossibile alle forze umane è possibile a Dio. E a tutti noi che siamo testimoni del vostro atto di affidamento ricordo la responsabilità che ci assumiamo di custodia, di accompagnamento, di fedeltà e di amore nei confronti di questo fratello e di questa sorella. E insieme a Simone e Chiara, rinnoviamo nel nostro cuore il nostro sì al Signore e a questa vita monastica.