Giovani in ricerca - Paola Bignardi e Alice Bianchi
In una soleggiata domenica di ottobre, abbiamo ospitato il primo confronto autunnale di quest’anno. Due ospiti hanno animato la giornata intorno al tema “Giovani in ricerca”: Paola Bignardi, pedagogista – prima donna a essere stata presidente nazionale dell'Azione Cattolica Italiana – e coordinatrice dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e Alice Bianchi, teologa e docente di teologia presso la sede bresciana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Paola Bignardi, in collegamento online, ha introdotto la giornata facendo riferimento al variegato materiale che ha collezionato grazie al suo lavoro di ricerca presso l’istituto Toniolo. Un’esperienza di ascolto, la sua, che tenta di essere non giudicante, accogliente, esponendosi e lasciandosi coinvolgere dalla ricerca dell’altro.
Parlare di giovani, ha innanzitutto spiegato Bignardi, non è né parlare di una singola generazione né di un collettivo. Si tratta, invece, di una molteplicità di volti e di esperienze che non possono essere facilmente classificate. Dagli incontri, dai colloqui, dal grande tempo di ascolto che la pedagogista-sociologa ha dedicato negli anni, emergono, tuttavia, delle direttive comuni, delle chiavi di lettura che hanno aiutato l’uditorio a entrare nel tema.
Innanzitutto va sottolineata la grande solitudine che i giovani oggi vivono nell’affrontare le domande di senso. Il senso della vita – compreso come ciò che tiene in piedi –, è dato dall’intrecciarsi di futuro, relazioni, identità, fragilità e felicità. Ma questi cinque elementi sono vissuti spesso come ferite difficilmente comprese dal “mondo degli adulti” e spesso, sono addirittura difficili da esprimere in un terreno accogliente. Come non essere sopraffatti dalle domande in un mondo dominato dalle guerre e dall’instabilità, vivendo rispetto agli altri un enorme senso di invisibilità, vivendo la propria fragilità come un vulnus inaffrontabile che porta alla voglia di sparire, all’autolesionismo, a pensieri suicidi...? Non esiste un modo standard di affrontare le proprie domande. Tuttavia chi ci prova, cerca camminando, sospeso come un funambolo.
Oggi misuriamo che l’accesso al senso della vita non è più come una volta. Una volta la domanda di senso aveva “automaticamente” una risposta religiosa. Oggi chi sceglie di affrontare tali domande molto probabilmente non arriverà a viverle con un orientamento religioso. Esistono oggi adulti disposti ad accompagnare i giovani in questa ricerca che sonda territori che le generazioni precedenti non hanno – spesso – esplorato?
La domanda relazionale è vissuta in modo così intenso che anche la domanda religiosa è domanda relazionale. Non è solo la domanda se Dio esiste, ma come lo si può incontrare! E se i giovani oggi vivono il credere, l’appartenere e il pregare come tre dimensioni non necessariamente connesse, si capisce perché lo sguardo sulla Chiesa vede spesso una istituzione vecchia, chiusa, lenta, lontana, in cui si misura uno scarto pressoché incolmabile di linguaggio, di metodo, di credibilità.
Eppure, ci sono luoghi aperti e accoglienti che permettono confronti senza giudizio, dove è possibile riscoprire il valore della domanda, dell’esperienza, della ricerca condivisa. I monasteri, spesso, sono questi luoghi.
Nel pomeriggio ha fatto seguito l’intervento di Alice Bianchi. Complementare dal punto di vista anagrafico – Bianchi rientra ancora nella fascia di età “giovane” secondo l’Istat e ha quindi potuto proporre uno sguardo dal “di dentro” della questione –, ma anche per il tipo di approccio proposto: sempre di ascolto si trattava ma, a questo punto, a partire dalla Scrittura. Interessante scoprire quanti possano essere i giovani presenti nella Bibbia – David, Maria, Samuele, Isacco, Rut... – dei quali il Signore si è servito, ma anche come la parola ebraica utilizzata per indicare il termine “giovane”, Na’ar, sia in realtà lo stesso per indicare anche una serie di altre categorie: servi, ancelle, apprendisti, inesperti, piccoli, scudieri... Il giovane è quindi qualcuno che appartiene a una condizione di minorità, che non ha autorità. Il giovane nella Scrittura, è colui che “sta davanti” a chi ha autorità: il padre, il padrone, Dio; spesso è proprio Dio a consegnare autorità a queste persone giovani, ribaltando le dinamiche di potere prestabilite (come canta il Magnificat). In una comunità di credenti come è la Chiesa, dunque, l’accogliere questo ribaltamento sta non tanto nel concedere una certa autorità (ritirabile), ma nel riconoscere l’autorità dell’altro che Dio gli ha consegnato in virtù del battesimo, lasciando agire e cambiando qualcosa nello spazio comunitario.
La chiave è quindi creare uno spazio di azione accogliente e non il “cercare di conquistare i giovani”, ricordandosi che l’apprendimento è un processo collettivo: si tratta di inventare strade nuove nella vita della Chiesa, chiedendosi quale adultità si esercita – cioè quale autorità – e si promuove, riprendendo il filo della storia che precede perché, sì, un rischio che i giovani corrono oggi è esasperare il qui e ora, dimenticandosi del passato che precede, ma anche del futuro da costruire.
Le numerose domande per entrambe le relatrici e le considerazioni dei presenti hanno poi permesso di approfondire ulteriormente il tema della giornata.