"Abbracciare con tutti i santi la profondità dell'amore di Cristo" (Ef 3,18) - Lidia Maggi
Nel giorno di Ognissanti, una festa che a volte viene sentita come divisiva, abbiamo chiesto a Lidia Maggi, pastora della Chiesa battista, di rileggere con noi il tema della comunione dei santi, per aiutarci a superare le polarizzazioni che lo accompagnano.
Maggi ha introdotto il tema notando che “comunione dei santi” è un linguaggio antico, di cui occorre chiedersi il significato. Nella sua tradizione i morti non si pregano, si ricordano: in questo periodo c’è una giornata dedicata alla memoria dei defunti dell’anno. Un modo per non rimuovere la morte e, insieme, per vivere la comunione orizzontale che lega tutti coloro che credono in Cristo.
La divisione tra le Chiese si è consumata nel Cinquecento anche attorno alla parola "comunione": quale rapporto c’è tra la terra e il cielo? La Riforma temette che l’unico Mediatore fosse oscurato dalla moltitudine dei santi, e rifiutò sia la loro venerazione sia la dottrina del purgatorio. La Chiesa tutta ha vissuto nella storia la ferita della divisione, e proprio su questo tema fatica a dirsi comunione. Rimanere nella comunione dei santi è un’impresa ardua.
Per procedere, ha proposto di tornare alla sorgente. Nella Bibbia i santi non sono persone da venerare: il termine ebraico qadosh indica ciò che è separato, distinto, e riguarda l’intero popolo, chiamato a imitare Dio (Lv 19,2). Anche la perfezione di cui parla Gesù in Mt 5,48 è pienezza, e comprende l’amore per i nemici e la misericordia. La santità è dunque un orizzonte di relazione. Santi sono tutti i battezzati, anche quelli di Corinto, una comunità divisa e ferita, dove le fazioni emergono proprio nelle celebrazioni eucaristiche.
Il rischio, ha osservato Maggi, è che i santi, che dovrebbero essere esempi di vita, diventino cristiani perfetti a cui delegare la nostra mediocrità: così si separa il cielo dalla terra, mentre la preghiera del Padre Nostro dice “come in cielo così in terra”. Preghiera, intercessione, perdono e riconciliazione ci ricordano invece che la fede non si vive senza relazione. L’ideologia dell’autosufficienza, sempre più esasperata, è falsa: la fede cristiana è comunitaria e nessuno basta a se stesso.
La comunione, però, è fatica: non è uno stato ma un orizzonte, che deve sempre ricominciare. Il modello è il capitolo 6 del libro degli Atti degli apostoli, dove la Chiesa sperimenta per la prima volta la divisione: i cristiani della diaspora, di lingua greca, vengono trascurati nell’assistenza e mormorano. Gli apostoli non condannano la mormorazione, la ascoltano, riconoscendo che il disagio di una parte riguarda tutti, e la soluzione è affidata a sette uomini scelti dalla comunità. Non esistono ricette, ma una pratica di ascolto profondo: sentire che il dolore dell’altro è il mio. Maggi ha richiamato il teologo Dietrich Bonhoeffer, per il quale Cristo si rende presente attraverso il volto del fratello e della sorella: sentire l’abbraccio di Cristo e conoscere l’amore di Dio passa infatti attraverso l’amore concreto nelle nostre chiese e comunità.
L’ultima parte è stata dedicata alla santificazione. Il Dio biblico non cammina con persone perfette, ma chiama persone poco affidabili a un lungo percorso di cambiamento, e ci è più facile immedesimarci in loro perché possiamo vederne le ombre. È il caso di Giacobbe: inganna il padre su istigazione della madre, fugge dal fratello, diventa un esule responsabile del proprio esilio. Proprio a lui Dio appare in sogno e dice: “Io sono con te, ti proteggerò dovunque andrai”. Giacobbe riconosce in quel luogo la presenza di Dio, costruisce un altare, chiama quel luogo Betel e fa una promessa: “Il Signore sarà il mio Dio”. Ma lo fa a condizione che Dio sia con lui e lo protegga: cambia, eppure resta un po’ “mercante”, uno che tratta e calcola, forse non privo di ambizioni. Santi non si diventa per meriti: Dio prepara un terreno fertile, e la santificazione richiede tempi lunghi, senza cambiamenti repentini o magici, e non è sotto il nostro controllo.