Il Verbo: solidale con l’umanità

Umanseimo evangelicoIl Verbo incarnato “volle essere partecipe della solidarietà umana” (Gaudium et spes 32). Ma come vi è entrato se non per la porta della storia comune? Non mediante il solo gioco di attività liberamente consentite, bensì per la costrizione di una nascita che lo assegnava a prendere posto nella catena delle generazioni.

Il concilio ha visto bene che, per interessare alla persona di Gesù degli uomini divenuti maggiorenni e soggetti della propria storia, doveva mostrare loro fino a che punto egli era legato, non soltanto alla natura degli uomini, ma anche alla loro storia. Il concilio, infatti, non ha pensato che non si entra nella storia dal di fuori, per un atto di benevolenza, ma che si diventa uomini per il fatto stesso di dovere la propria origine a una storia che ci ha fatto nascere al mondo degli uomini. La storicità è la condizione nativa della persona umana allo stesso titolo che la temporalità è inerente alla sua natura intesa come “essere nel mondo”. La storia si riceve passivamente come un’eredità prima di essere liberamente assunta e per poterlo essere come un compito da realizzare. Si è fatti solidali, nel bene e nel male, della storia che ci precede prima di divenire solidali di quella che noi lavoriamo a costruire con coloro che portano il medesimo giogo. Insomma, la solidarietà si prescrive, non si inventa.

Il discorso della solidarietà ha bisogno, nel caso di Gesù, di attingere risorse dal racconto della sua genealogia che fa discendere la sua filiazione divina, come una vocazione da onorare, dalla catena delle generazioni al termine delle quali egli è riconosciuto, quando si risale la catena dal basso verso l’alto, “figlio di Adamo, figlio di Dio” (Lc 3,38). E tuttavia non c’è altro mezzo per rendere pensabile la solidarietà di Gesù con la storia umana se non quello di riconoscere che egli era tenuto a pagare un tributo alla nostra vecchia storia. La solidarietà del Figlio di Dio con noi – la sua kenosi – non consiste nell’umiliarsi fino a portare un destino al quale non sarebbe stato tenuto per necessità di nascita, essa non può emergere che dal medesimo humus dal quale emergono tutti i suoi fratelli di stirpe.

Il Figlio di Dio, venendo da Dio a noi “nella pienezza dei tempi”, era dovuto passare anche lui attraverso le vie della storia. Il Vaticano II fa apparire nuove esigenze dell’incarnazione dalla parte del tempo umano. Il Figlio inaugura la propria kenosi non spogliandosi ma caricandosi di legami che nessuno può portare se non vi è incatenato in anticipo dal destino. Il nuovo Adamo non può non nascere carico dei secoli del vecchio Adamo, come narra la sua genealogia. Il discorso della solidarietà rinvia la cristologia al racconto dell’umanità di Gesù prima di poter celebrare la sua origine eterna.

Joseph Moingt, L’umanesimo evangelico