Chiedere perdono per costruire pace e giustizia

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Chi chiede perdono, e perché? A chi spetta concederlo? Per un cristiano, la richiesta di perdono per colpe commesse dai suoi “padri” non è frutto di una “strategia”, non è un’arma da usare per ottenere altrettanto dall’avversario, non è una sorta di “patteggiamento di pena”, ma è l’espressione di una consapevolezza, di una convinzione profonda che, illuminata dalla parola di Dio, porta a esclamare: “Anch’io e la casa di mio padre abbiamo peccato” (Ne 1,6), nasce da una convinta solidarietà con le generazioni che lo hanno preceduto nella fede e nella testimonianza cristiana. Nessun calcolo, quindi, nessun soppesare l’efficacia di una dichiarazione, nessuna pretesa di contraccambio, ma il dar voce a un cuore contrito, il sentirsi parte di una comunione di santi e di peccatori.

 

E poi, a chi chiedere perdono? Alle vittime? Ai loro discendenti? Ma sono abilitati a concederlo? Dovremmo valutare fatica sprecata o, peggio ancora, umiliazione inutile il nostro cospargerci il capo di cenere? Certo, se le motivazioni del nostro chiedere perdono fossero mondane, tutto questo entrerebbe in linea di conto. Ma per il cristiano non si tratta di un calcolo di opportunità, bensì della volontà del suo Signore, del comando di chiedere perdono e di offrirlo – fino a settanta volte sette – a chi lo chiede. D’altronde nel vangelo ci viene detto che il chiedere perdono, il “riconciliarti con il fratello che ha qualcosa contro di te” (cf. Mt 5,23-24) non è una mossa tattica, ma un preliminare ineludibile se si vuole offrire un sacrificio a Dio. E nel Padre nostro viene insegnato al discepolo di Cristo che il contraccambio del perdono accordato non è il ricevere a propria volta le scuse dell’altro, ma il sapersi perdonati dal Padre. Ecco allora che la richiesta di perdono del cristiano non può fondarsi su logiche di opportunismo, ma può solo sgorgare spontanea, unilaterale, sganciata da qualsiasi aspettativa di reciprocità. Solo allora si potranno aprire nuove vie non solo nel cuore dei cristiani, ma anche nella compagnia degli uomini in cui i cristiani sono chiamati a vivere …

Con la confessione dei peccati non si tratta di giudicare antenati o predecessori, né si vuol dire che noi oggi avremmo fatto meglio al loro posto. Al contrario, noi diciamo con le parole di Elia profeta: “Non siamo migliori dei nostri padri” (cf. 1Re 19,4). Se facciamo confessione dei peccati è a causa di una dinamica interiore, non per strategia o calcolo di opportunità, non per masochismo e neanche per una gara di generosità o per una corsa all’umiliazione, ma perché “l’amore di Dio ci spinge” a questo. Nessun cristiano di oggi e di domani deve potersi appellare a un atteggiamento vissuto da parte dei cristiani nella storia quando questo è solo una contraddizione al vangelo e alla prassi inaugurata da Gesù. Il vangelo, come Cristo, è lo stesso ieri, oggi e sempre, e la doverosa comprensione della situazione storica non deve però offuscare la trasparenza del vangelo, capace di dire, ieri, oggi e domani, la stessa verità, di dare la stessa ispirazione, soprattutto di amore, a coloro che l’ascoltano nella fede. Sì, noi cristiani abbiamo il privilegio di disporre di un altro modo di avvicinarci alla verità e di costruire la giustizia e la pace: è il modo della conversione e della penitenza!

La chiesa, peccatrice perdonata, a cura del Monastero di Bose