Una felicità piuttosto paradossale...

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Nella lingua ebraica non c’è un termine che corrisponda veramente al nostro concetto di “felicità”, benché molti lo sfiorino da vicino. Neanche il conosciutissimo sostantivo shalom è interamente corrispondente. In ultima analisi, il termine ashrè, spesso tradotto con “felice” o “beato”, è probabilmente quello che più si avvicina a ciò che normalmente intendiamo per “felicità”: in effetti sembra evocare una fortuna durevole, un successo, un’evoluzione in atto. Ma, oltre al fatto che la felicità che designa spesso ha qualcosa a che fare anche con Dio o con la Sapienza, che consiste nel conformarsi all’ordine del Creatore, resta difficile discernere cosa esattamente significhi questo termine. Inoltre la parola ashrè e il verbo che da essa deriva ricorrono quasi soltanto per proclamare “felice” qualcuno che non necessariamente ha la sensazione di esserlo.

 

È qualcosa di così vago la felicità, nella Bibbia come nella vita! Del resto l’infelicità si sfiora continuamente. Basta un nulla – il battito d’ali di una farfalla – per far pendere in un istante la bilancia da una parte o dall’altra. Sul lettore della Bibbia è in agguato un altro pericolo: credere che in essa sia stata elaborata un’idea chiara e univoca della felicità. Certo, il Primo Testamento conosce una sorta di “teoria della felicità”, se si possono usare questi termini. Ma nelle pagine di questo stesso Libro tale teoria viene messa in discussione, smentita, e talora persino scardinata completamente …

Alcuni racconti del Primo Testamento evocano momenti di felicità che esulano in qualche modo dalle discussioni teoriche, perché sono frammenti colti direttamente dalla vita narrata. Ora, la forza di un racconto consiste proprio nel permettere al lettore di osservare le circostanze di ciò che accade. Questo genere di racconti non è molto frequente nella Bibbia, e questa rarità è forse di natura tale da segnalare discretamente che si tratta di una realtà non di tutti i giorni, anche se, quando essa si presenta, può irradiarsi sul quotidiano

La felicità non viene mai concessa subito. Essa arriva a coronamento di una storia dove i protagonisti hanno dovuto affrontare l’oscurità del pericolo, della sventura o della morte. La loro felicità appare come il risultato di un atteggiamento paradossale, che consiste nel rinunciare ad accaparrarsi la propria felicità e nel lasciare che giunga da sola, a suo tempo, come un frutto maturo offerto dal Dio della vita, e contemporaneamente nel lavorare in vista della felicità, adattandosi alla realtà e agli altri senza rassegnarsi alle situazioni difficili. Perché la felicità non arriva senza che, animate da una misteriosa fiducia, queste persone abbiano corso dei rischi in modo che la vita potesse uscire dal vicolo cieco; ma allo stesso tempo non è certo il fatto di aver corso questi rischi ciò che le ha rese felici. Tutto avviene come se fosse necessario in qualche modo “mollare la presa”, per conoscere una felicità della quale queste storie ci dicono anche che non è mai acquisita una volta per tutte. Forse è su questo punto che tali pagine raggiungono l’intuizione della Torà, che fa dell’invidia, e dell’idolatria sulla quale essa si fonda, la radice dell’infelicità degli umani, fonte della violenza che, seminando la morte, sbarra definitivamente l’accesso alla felicità.

André Wénin, Dalla violenza alla speranza. Cammini di umanizzazione nelle Scritture

 

16 06 28 libri valigia scura