La conversione dell’accoglienza

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Per attuare una relazione di accoglienza bisogna essere disposti a una profonda trasformazione del proprio modo d’essere. Alludo in particolare alla svolta per cui tutto ciò che è creduto nelle nostre convinzioni profonde deve portare frutto e trovare conferma nell’impegno a favore degli altri. Penso in primo luogo a chi desidera essere credente in Dio, ma anche ad altri tipi di fede. L’autenticità, la fedeltà, l’intensità e la vitalità di una fede per la vita si misurano dalla scelta di tradurre l’adesione alla verità professata nella dedizione etica quotidiana agli altri, alla relazione con loro, al bene comune.

Non è questione di filantropia, di “promozione umana” o di attivismo umanitario; si tratta dell’incarnazione della fede. Di fronte alle immani tragedie del mondo attuale, con tutte le vittime che comportano, le grandi religioni mondiali devono giustificare la loro esistenza, devono rendere conto delle loro scelte. Esse si trovano al bivio: o restano ripiegate a celebrare se stesse (spesso nella forma incruenta della pietà devozionale, talvolta persino in forme aggressive e violente), o si aprono al servizio della comunità universale dei viventi grazie alla conversione etica. Ed esclusivamente in questo secondo caso fanno esperienza di Dio.

Per i cristiani tale scelta di servizio rappresenta l’unica risposta legittima derivante dalla memoria di Gesù vivo e realmente fratello per ognuno. Di fronte a lui crocifisso si capisce come l’essere umano colpito dalla violenza estrema, ma divenuto fonte di luce perché liberato in sé da qualsiasi violenza, sia la semplice rivelazione dell’autentica destinazione umana: non quella della sofferenza o del sacrificio voluto dai violenti, bensì quella della piena comunione tra Dio, l’umanità e il creato intero. Dinanzi a quell’uomo crocifisso si prova l’emozione della verità. Se la si segue rinnovando in ciò il nostro modo d’essere, ci si trova a vivere servendo la giustizia che porta a considerare gli altri fratelli o sorelle. Allora si apre la strada del ritorno. E si comprende che il nostro migrare umano durante tutta l’esistenza ha il senso del ritornare: “L’essere umano è anima che torna verso casa” (k. Jasper).

Rendersi disponibili ad accogliere significa scoprire il significato essenziale e fondante di questa conversione che è rinascita, rigenerazione del modo di vivere. Si chiarisce così come ciò che chiamiamo “etica” non si riduca mai a una teoria morale o, peggio, a moralismo. Non è una tavola di comandamenti, di regole e divieti, una casistica che definisca il lecito e l’illecito, oppure un freno che inibisce il desiderio e una voce che ci tormenta con il senso di colpa. Se si ascolta la sapienza spirituale dei popoli, si capisce che l’etica stessa è anzitutto l’esperienza del risveglio della coscienza e del cuore di persone, comunità e istituzioni. Un risveglio che le apre e riesce a renderle vive contemporaneamente da tutti i lati del loro essere: verso se stessi, verso l’altro, verso il bene che le interpella e che sa far fiorire la loro esistenza.

In questo senso l’etica è energia specifica, è forza, è la luce che suscita la capacità di agire, di resistere al disumano e di aprire strade nuove lì dove la rassegnazione faceva credere che la libertà dal ricatto e dall’oppressione fosse impossibile. Non per niente noi siamo motivati ed efficaci quando agiamo non tanto per un interesse o per un’idea, ma quando agiamo per qualcuno. Agire per qualcuno nella luce del bene, questa è l’etica nella sua effettività. Infatti, l’etica è azione sapiente, dedizione, sollecitudine, cura. L’etica concreta ed efficace è cura per le persone, per la loro convivenza e per il mondo vivente riconosciuti come valori e fonte di felicità. Non esiste un’etica della cura come etica particolare, nella sua essenza l’etica è l’aver cura.

 

R. Mancini, La scelta di accogliere