Con la fede, andare contro corrente

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La povertà deve essere praticata anzitutto a livello individuale. È necessaria una radicale revisione della mentalità ancora largamente dominante, secondo cui ognuno è padrone dei propri averi e ne fa quello che vuole.

Ciò che si dice della povertà nel senso usuale della parola, relativamente ai beni economici, vale anche per i beni di altra natura, che l’uomo non deve considerare egoisticamente come appartenenti al singolo in modo esclusivo: parlo dei beni della cultura e dell’educazione, dei valori di ordine spirituale e religioso

Si tradirebbe il senso del messaggio evangelico in tema di povertà se si riducesse l’impegno del cristiano alla lotta contro la povertà. Senza dubbio, esigenze di giustizia e di amore fraterno, che obbligano il cristiano a lavorare e a lottare per la salvezza integrale dell’uomo, impongono di adoperarsi per eliminare la miseria materiale e morale, che impedisce all’uomo di vivere come uomo. Ma rimane l’esigenza di una vita di povertà intesa come riconoscimento e attuazione della gerarchia dei valori, per cui l’uomo si limita nell’uso dei beni economici al necessario, valutato con spirito di sincerità e di libertà. Povertà vuol dire “sapersi accontentare”, ricordando che “niente portammo al mondo, ne possiamo portare via qualche cosa. Se abbiamo vitto e vestito, sappiamo dunque contentarci” (1Tm 6,6-8).

Povertà vuol dire non riporre la speranza nei beni che, pur necessari alla vita, sono strumento per realizzare valori più alti e più degni dell’uomo; non mirare al benessere come a scopo supremo dell’esistenza, ma riconoscere la nostra vera ricchezza in Cristo e nei fratelli ritrovati in lui.

Qualcuno trova che il termine “povertà” usato in questo senso è troppo impegnativo e preferisce parlare di un tenore di vita semplice e modesto, e forse ha ragione: l’importante è intendersi sul significato delle parole. È inutile nascondersi che la pratica della povertà è tutt’altro che facile. Essa va contro istinti che si annidano nel cuore dell’uomo, quali l’avidità di possedere e di arricchire, la ricerca della comodità e degli agi della vita, la smania di figurare con l’ostentazione della ricchezza e del lusso. Questi istinti vengono continuamente risvegliati e stimolati dal tipo di civiltà in cui viviamo, tutta protesa a creare nuovi bisogni fittizi che permettano di produrre e guadagnare sempre di più. Solo una visione dei valori illuminata dalla fede può ispirare e sostenere lo sforzo che è necessario per andare contro corrente. Infatti la povertà cristiana ha anche un aspetto di rinuncia volontaria, di ascesi come imitazione di Cristo che volle essere povero per arricchirci della sua povertà (cf. 2Cor 8,9).

L’amore e la pratica della povertà è per la chiesa condizione essenziale per l’adempimento della sua missione. Ma se la povertà ha da essere testimonianza veramente cristiana, non può prescindere da quello che è il valore sommo del cristianesimo, la carità. La povertà pertanto deve essere vissuta nello spirito di solidarietà verso i fratelli, in modo tutto particolare verso i bisognosi, così da realizzare, in quanto possibile, un’uguaglianza nel fatto economico fra quelli che sono uguali come creature e figli di Dio (cf. 2Cor 8,13-15).

Michele Pellegrino, in Profezie per l’oggi