Condividere il pane per la vita

85012202e4dbd782ee0f92f62fc19986.jpg

Gli Atti degli apostoli ci dicono che i cristiani “ogni giorno frequentavano il tempio come un solo corpo, si riunivano nelle loro case per spezzare il pane”. E lo stesso passo dice ancora: “Prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore … 

chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (At 2,45-46). Il messaggio è chiaro e semplice. La diretta conseguenza, ma anche la condizione, del loro pregare insieme e del loro condividere il pane del Signore nella stessa eucaristia, era di mettere in comune ciò che avevano, affinché nessuno restasse nel bisogno.

Lo stesso messaggio è icasticamente espresso da san Giovanni con una parola: koinonía. Essa può essere tradotta con “comunione” o “amicizia”, “l’essere compagni”. Entrambi usano la stessa parola per descrivere tre differenti livelli di relazione.

Primo, la nostra amicizia con il Padre, con Dio. “Se diciamo che siamo in comunione con il Padre e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità” (1Gv 1,6). In secondo luogo, la nostra comunione con Cristo attraverso l’eucaristia: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1Cor 10,16). In terzo luogo, c’è la comunione fra noi, che ci conduce a condividere ciò che abbiamo con gli altri. “Se qualcuno dei santi è nel bisogno, tu devi condividere con lui” (cf. Rm 12,13). Ma il punto importante in questi tre tipi di comunione, di rapporto – tutti e tre espressi dalla stessa parola koinonía – è in realtà uno solo. Si tratta di differenti aspetti della stessa “comunione” o “condivisione”, e non possono essere separati l’uno dall’altro. Così non possiamo avere amicizia con Dio se non viviamo in comunione gli uni con gli altri. E l’eucaristia è il legame visibile che significa questa comunione e ci aiuta a costruirla. Essa effettivamente richiama e proclama la nostra comunione con Dio e con i nostri simili.

Ancora una volta vediamo la santa comunione come il sacramento della nostra fraternità e unità. Noi condividiamo lo stesso pasto, mangiando lo stesso pane preso dalla stessa tavola. E san Paolo ci dice chiaramente: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti, infatti, partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17). Nell’eucaristia, in altre parole, noi riceviamo non solo Cristo, il capo del corpo, ma anche le sue membra.

Questo fatto ha immediate conseguenze pratiche, ed è ancora una volta san Paolo che ce lo ricorda. “Dio ha composto il corpo” in maniera tale che “le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono nello stesso tempo” (1Cor 12,24-26). Ovunque c’è sofferenza nel corpo, ovunque le sue membra sono nel bisogno o nell’oppressione, noi, che abbiamo ricevuto lo stesso corpo e che siamo parte di esso, dobbiamo essere direttamente coinvolti. Non possiamo tenercene fuori o dire a un fratello: “Io non ho bisogno di te. Io non voglio aiutarti”. Noi non possiamo ricevere degnamente il pane di vita senza condividere il pane per la vita con chi è nel bisogno.

E il nostro impegno deve essere, per la sua stessa natura, alle dimensioni del mondo. Come il corpo che condividiamo appartiene a tutti i popoli e non conosce barriere di razza, di ricchezza, di classe e di cultura, così il nostro metterci a disposizione delle sue membra deve essere ugualmente universale. La tavola del Signore attorno alla quale ci sediamo oggi deve essere la tavola del mondo. Oggi il nostro prossimo non è più solo l’uomo aggredito dai briganti che troviamo sul bordo della strada, ma anche i numerosi uomini, donne e bambini, che passano sui nostri schermi televisivi con i ventri gonfi, gli occhi scavati e i corpi distrutti dalla malattia o dalla tortura. Questi sono i nostri fratelli e le nostre sorelle, e noi siamo legati a loro dall’eucaristia.

E il nostro impegno deve essere, per la sua stessa natura, alle dimensioni del mondo. Come il corpo che condividiamo appartiene a tutti i popoli e non conosce barriere di razza, di ricchezza, di classe e di cultura, così il nostro metterci a disposizione delle sue membra deve essere ugualmente universale. La tavola del Signore attorno alla quale ci sediamo oggi deve essere la tavola del mondo. Oggi il nostro prossimo non è più solo l’uomo aggredito dai briganti che troviamo sul bordo della strada, ma anche i numerosi uomini, donne e bambini, che passano sui nostri schermi televisivi con i ventri gonfi, gli occhi scavati e i corpi distrutti dalla malattia o dalla tortura. Questi sono i nostri fratelli e le nostre sorelle, e noi siamo legati a loro dall’eucaristia.

 

E il nostro impegno deve essere, per la sua stessa natura, alle dimensioni del mondo. Come il corpo che condividiamo appartiene a tutti i popoli e non conosce barriere di razza, di ricchezza, di classe e di cultura, così il nostro metterci a disposizione delle sue membra deve essere ugualmente universale. La tavola del Signore attorno alla quale ci sediamo oggi deve essere la tavola del mondo. Oggi il nostro prossimo non è più solo l’uomo aggredito dai briganti che troviamo sul bordo della strada, ma anche i numerosi uomini, donne e bambini, che passano sui nostri schermi televisivi con i ventri gonfi, gli occhi scavati e i corpi distrutti dalla malattia o dalla tortura. Questi sono i nostri fratelli e le nostre sorelle, e noi siamo legati a loro dall’eucaristia.

Pedro Arrupe, in Profezie per l’oggi