Abbattere le barriere: una casa per chi è senza casa

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“Non esiste giudeo e greco, schiavo e uomo libero, maschio e femmina. Poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Le parole appena citate compongono uno dei testi che pone Paolo in contrapposizione con alcune delle tendenze più forti e dominanti della sua epoca. Questo versetto va contro tutti i presupposti di una società nella quale la tua posizione veniva determinata rigidamente da chi eri, ebreo o gentile, cittadino o schiavo, uomo o donna. Paolo sta dicendo che esiste qualcosa a cui puoi appartenere per cui tutti i vari tipi di status sono assolutamente irrilevanti. Esiste un luogo dove ci si ritrova tutti su un unico livello. E naturalmente, in un modo e con un linguaggio leggermente diversi, è proprio ciò su cui l’insegnamento di Gesù stesso aveva insistito: Gesù rifiuta di accettare che, per poter appartenere al popolo di Dio, si debba cominciare da un mazzo di qualifiche, etniche o legali o sociali. Gesù estende la dignità della piena appartenenza al popolo di Dio a tutti quei tipi di persone in compagnia delle quali la gente rispettabile e devota non voleva decisamente ritrovarsi.

Perciò quando sentiamo parlare – come molti ancora fanno – della grande divergenza tra Gesù e Paolo, teniamo bene in mente che l’apertura di Gesù a coloro che agli occhi della maggioranza non erano “qualificati” per appartenere al popolo di Dio sta alla base della sconvolgente idea di Paolo di un’accoglienza universale. Sottolineo il termine “accoglienza”, perché il principio, l’energia che sostiene questa visione di un nuovo tipo di appartenenza, proviene dall’iniziativa di Dio e non dalla nostra. È Dio che ha fornito i mezzi per poter entrare in questa comunità. È l’accoglienza di Dio, l’iniziativa di Dio, nient’altro: non certo un po’ di blanda filosofia sociale, un ideale di “inclusione” e nulla più.

Questo linguaggio dell’accogliere, del ricevere o accettare, è chiaramente un linguaggio che Paolo usa volentieri Paolo lo esplicita in modo molto diretto verso la conclusione della sua Lettera ai Romani: “Accettatevi gli uni gli altri come Cristo ci ha accettato nella gloria di Dio” (cf. Rm 15,7). “Accoglienza”, “accettazione”, “ricezione”: le parole sfumano l’una nell’altra ma il tema centrale è chiaro: Dio ci ha ricevuto in quella comunità che vuole e che progetta; quindi il nostro atteggiamento reciproco deve essere coerente con quello di Dio, un atteggiamento di accoglienza o accettazione.

Ciò che è accaduto negli eventi della morte e resurrezione di Gesù è la distruzione delle pareti divisorie: persone che erano separate si sono ritrovate fianco a fianco. La pacificazione che avviene mediante l’evento di Gesù Cristo è il modo in cui l’accoglienza di Dio, l’iniziativa di Dio, diviene reale e attiva nel mondo. Quelli che un tempo erano dispersi, migranti, esuli, stranieri, ora sono integrati. Ora appartengono. Non sono né un’accozzaglia di individui presi a caso e neppure un gruppo di marginali stravaganti tollerati a stento; sono cittadini di una comunità civica vera e propria. In altre parole, appartenere al popolo di Dio significa essere né un ebreo né un gentile: è una realtà terza, che va oltre le identità contrapposte dei vari modi di sentirsi “dentro. Esiste qualcosa di potenzialmente più vasto di entrambi questi generi di appartenenza, un nuovo appartenere semplicemente in quanto esseri umani invitati da Dio a entrare in intimità con l’eterno. E quindi questa comunità del popolo di Dio è un luogo in cui le barriere che noi diamo per scontate, tra chi è dentro e chi è fuori, chi sta sopra e chi sotto, crollano.

Ecco da dove parte la riflessione di Paolo sulla comunità cristiana: è una “casa per chi è senza casa”, un luogo in cui la polarizzazione dentro/fuori viene superata; e dove l’unica cosa che sai per certo del tuo prossimo cristiano è che Dio, incomprensibilmente, vuole che lui o lei sia lì.

Rowan Williams, Dio secondo Paolo