Innamorarsi: nell'incontro, la bellezza

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Inizio dal desiderio di restituire dignità e bellezza, anche da un punto di vista credente, alla parola “innamorarsi”. Una parola che appartiene a tutti, a ogni esperienza umana: nell’esperienza di tutti è la vicenda dell’innamorarsi. Già questa è una meravigliosa intuizione! Volendo ripulire l’affresco dai pregiudizi, dai sospetti, dalle distorsioni che ne hanno velato i colori e la bellezza, mi sono detto che avrei potuto farlo percorrendo un libro della Bibbia, che ha avuto la sorte che può toccare alla parola “innamorarsi”. Il Cantico dei cantici narra l’esperienza di due innamorati. Parole e battiti dell’innamorarsi risuonano in tutto il Cantico. Il Cantico dei cantici, il più cantico dei cantici, un superlativo, canta l’amore tra un uomo e una donna. Un canto molto simile ad altri canti d’amore, nati presso altri popoli negli anni in cui si presume sia stato composto (400 a.C.). Canta l’innamoramento in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue gamme, un amore fatto di passione, di eros, di desiderio di totalità e d’infinito. Ebbene che cosa è capitato? Che forse proprio per questa passione umanissima che lo percorre non fu facile accogliere il libro all’interno dell’elenco dei libri rivelati, non fu facile né per gli ebrei né per i cristiani …

Chiunque legga senza pregiudizi, infatti, non può non avvertire che questo è un canto di due innamorati. Rimane dunque la domanda: perché tanta resistenza a dare al Cantico il suo significato reale? Come se si pensasse: troppo umano per dire Dio, trasformiamolo in qualcosa di spirituale. È la paura del “troppo umano”, del “troppo corporeo”. Noi siamo abilissimi nel dare la casa a Dio, nel dire dove deve stare secondo i nostri criteri. Lì no! Come se Dio non fosse nell’innamorarsi, non fosse nel tentativo di due creature di arrivare alla pienezza della vita nello stupore della diversità dell’altro, nella bellezza del dono, nell’estasi che è uscita da sé, nell’anelito della ricerca insonne dell’altro. Troppo umano. Bisogna spiritualizzare. Anche se poi, ecco la contraddizione, nel Credo confessiamo senza farci problema che Dio si è fatto umano, carne! Vorrei dire che censuriamo Dio. Si è tentato di censurarlo, estromettendo il Cantico dei cantici dalla Scrittura sacra, come se quelle pagine non fossero sacre.

Nel Cantico siamo di fronte a una vera composizione lirica che canta il valore del piacere erotico-personale come qualcosa di positivo, qualcosa che fa parte di quella creazione che Dio stesso ha dichiarato buona, molto buona. Bella. Il bello è un incontro, il brutto è la solitudine: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18), dice Dio. Viene cantata la pienezza dell’amore umano che comprende anima e corpo e non soltanto lo spazio incorporeo della persona. I protagonisti scoprono, tramite l’amore, la bellezza e la bontà del mondo. C’è l’estasi di fronte all’incantevole bellezza che l’amante contempla prima dell’unione.

Vorrei dire, forse spingendo il discorso e magari scandalizzando, che non c’è Dio là dove è assente l’innamoramento, Dio non è nelle parole spente, nei riti senza anima, nel gelo dei monumenti. Mi chiedo se in assenza di qualche forma di innamoramento il rischio non sia quello di una vita spenta, anche dal punto di vista religioso. Un teologo greco-ortodosso, Christos Yannaras, ha scritto: “Solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a lui”.

Angelo Casati, Innamorarsi