Sale che scompare, luce che brilla

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Nel Vangelo secondo Matteo, subito dopo l’ouverture del “discorso della montagna” rappresentata dalle beatitudini (cf. Mt 5,1-12), vi sono parole di Gesù che esplicitano ciò che possono e dovrebbero essere i suoi discepoli, ascoltatori e realizzatori delle beatitudini. Gesù applica ai discepoli che vivono le beatitudini da lui consegnate due immagini in contrasto, in opposizione tra loro. Da una parte, il sale della terra che scompare nel cibo, anzi svolge la sua funzione proprio scomparendo e dando sapore, ma che se perde la sua capacità di salare non serve più a nulla, può solo essere gettato via e calpestato. Dall’altra, la città collocata su un monte, che è visibile anche da lontano; allo stesso modo, la luce si fa vedere, proprio perché brilla, fa luce: questa è la sua ragion d’essere e per questo la lampada è posta sul candelabro e non coperta dal moggio, se non per essere spenta. La visibilità della città e della luce non è voluta, non è cercata, perché è proprio della sua natura essere vista, brillare. Il Vangelo secondo Marco, riprendendo il detto di Gesù sulla “lampada” che “viene” (érchetai ho lýchnos), fa luce e non va messa sotto il moggio (cf. Mc 4,21), significativamente aggiunge un particolare sulla dinamica nascondimento-manifestazione: “Non vi è nulla che sia stato nascosto che non debba essere manifestato e non vi è cosa segreta che non debba venire alla luce” (Mc 4,22).

C’è dunque una chiara polarità nelle immagini attraverso le quali Gesù legge la realtà dei discepoli, della sua comunità e quindi della chiesa: la polarità tra nascondimento e manifestazione-visibilità. Queste due opposte metafore sono sempre state invocate dai cristiani, ora l’una ora l’altra, come immagini in grado esprimere la loro presenza nel mondo, e di fatto nelle diverse aree culturali e nei diversi tempi della storia le chiese hanno dato vita a realizzazioni conseguenti a esse nel collocarsi dei cristiani nella compagnia degli uomini. Una chiesa perseguitata e oppressa tenderà a essere nascosta, sotterranea, catacombale (dalle persecuzioni dell’impero romano fino alle attuali persecuzioni verso i cattolici in Cina); al contrario, una chiesa forte, maggioritaria e trionfante tenderà a pensarsi in termini di presenza, di occupazione degli spazi, di visibilità che si impone nella società.

Questa polarità, questa tensione è di ordine teologico-spirituale, e occorrerebbe una seria e profonda meditazione in merito da parte del popolo di Dio, non solo di qualche teologo. In ogni caso, mi sembra di poter affermare che queste due opzioni, quando non le si lascia in feconda tensione ma le si afferma l’una contro l’altra, danno origine a posizioni ideologiche e provocano o rafforzano l’antagonismo tra chiesa e società; oppure, al contrario, chiedono un dissolvimento della presenza cristiana nel mondo. Mantenere tale tensione e non porre in alternativa le due esigenze non è facile; la storia lo dimostra.

Non si dimentichi il messaggio del vangelo, con le immagini del sale che si nasconde e della città, della luce che sono visibili. Oggi abitiamo nella società della spettacolarizzazione e potremmo essere tentati di entrare in concorrenza con essa, confidando nella visibilità della chiesa e di fatto accettando il primato dell’apparire; nello stesso tempo – anche se pare una contraddizione – assistiamo a un atteggiamento individuale improntato alla tentazione di scomparire. Davvero non è facile per i cristiani oggi, nell’incertezza sul domani delle loro chiese, non cadere preda delle opposte tentazioni della visibilità spettacolarizzata e “minacciosa” – che nasce sempre dal risentimento, dalla paura – o del nascondimento rinunciatario e impersonale…

E. Bianchi, N. Galantino, V. Gregotti, R. Moneo, A. Oreglia d’Isola, P. Portoghesi, D. E. Viganò, C. Zucchi e Aa.Vv., Viste da fuori. L’esterno delle chiese