Il nome: ponte e invito

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“Dio possiede i nomi più belli, e voi invocatelo con questi nomi” (Corano 7,180). “Egli ha i bellissimi nomi, e ogni cosa nei cieli e sulla terra celebra le sue lodi” (Corano 59,24). Noi possiamo paragonare a questi versetti del Corano ciò che è detto nel salmo 113: “Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore. Sia benedetto il nome del Signore … sia lodato il nome del Signore (Sal  113,1-3).

I nomi divini agiscono contemporaneamente da ponte e da invito. Agiscono come ponte nel momento in cui stabiliscono una comunicazione tra Dio e l’essere umano. Dio si esprime attraverso i suoi nomi: tramite loro noi possiamo andare a lui. Questi nomi costituiscono anche un invito, prima di tutto alla lode: “Invocatelo”, “Cantate le sue lodi”, “Lodate il nome del Signore”. Invitano anche all’imitazione. La tradizione islamica parla di “rivestire gli abiti di Dio (o gli attributi divini)”. L’invito è a contemplare i nomi di Dio, così che se Dio è Giusto, anche noi dovremmo essere giusti; se Dio è Misericordioso, anche noi allora dovremmo usare misericordia; se Dio è Fedele, allora la fedeltà è anche un nostro dovere. Nel vangelo troviamo un invito simile, o piuttosto, un comando: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36).

Vorrei qui ricordare ciò che ha scritto padre Jean-Mohammed Abd el-Jalīl, un musulmano divenuto cristiano e successivamente frate francescano: “Certamente uno dei modi migliori di comprendere le persone e meditare sui testi che usano per la preghiera”. Pregare cominciando dai testi di un’altra religione può quindi aiutarci ad acquisire un maggiore apprezzamento di quella religione. Si possono scoprire le sue ricchezze. Può darsi che ciò che scopriamo non sia essenziale per la pratica della nostra religione, ma è possibile che troveremo diverse risonanze che possono catturare la nostra attenzione e nutrire la nostra preghiera.

Secondo la tradizione, i nomi di Dio sono novantanove. Un hadīt incoraggia la loro recita: “A Dio appartengono i novantanove nomi, cioè cento meno uno, perché lui, l’Unico (al-witr, letteralmente: “il Dispari”), ama essere descritto da questi nomi, recitati uno per uno; colui che conosce i novantanove nomi entrerà nel paradiso”. Spesso viene usato un rosario come supporto per la recita di questi nomi. Il rosario musulmano, la subha, è composto da tre volte trentatré grani, o spesso solamente da trentatré. Ovviamente novantanove è cento meno uno, e quello che manca è il nome supremo o il nome nascosto, prova che i nomi dati a Dio con linguaggio umano non possono mai comprendere interamente o esaurire il mistero di Dio. Dio rimarrà sempre “più grande”, ben oltre ciò che possiamo dire di lui.

Nel Corano due nomi sono costantemente collegati tra loro: “sappiate che Dio basta a se stesso ed è degno di lode” (Corano  2,267 e passim). Il termine che nel linguaggio comune significa “ricco”, qui è correttamente tradotto “basta a se stesso”. Dio non ha bisogno di nulla: non ha neppure bisogno della nostra lode. Se noi meditiamo sui nomi di Dio non è per far piacere a Dio, ma perché Dio ha qualcosa da donarci. Vengono in mente le parole della prima sura del Corano, al-fātiha: “Te adoriamo, te chiamiamo in aiuto” (Corano  1,5).

Michael L. Fitzgerald, Lodate il nome del Signore. Meditazioni sui nomi di Dio nel Corano e nella Bibbia