Il sogno di Dio

185d2840f825e39260120ea50a48bcf1.jpg

E se io ti chiedessi di raccontare e di cantare i tuoi sogni d’amore? Quali immagini offriresti ai tuoi compagni a mo’ di pane e di vino? Quelle memorie e quelle speranze che fanno sbocciare un sorriso e che se realizzate farebbero del mondo un luogo più amico... Ah! Se ti fosse concesso, come nei racconti per bambini, di formulare un desiderio, un solo desiderio, il più intenso, il più ardente, quello da cui dipendono la tua vita e la tua morte... Sai? Avresti qualcosa da dire? O hai perduto la memoria del paradiso, dimenticato i tuoi desideri, sepolto come sei nel quotidiano, mediocre e implacabile...

Noi siamo ciò che amiamo. Né più grandi né più piccoli della grandezza degli oggetti del nostro desiderio. Ed è per questo che i cristiani si fanno conoscere rivelandosi a vicenda i loro sogni. Sognare significa vedere l’amore e i desideri trasformati in simboli, in parole. Non vi è dunque niente di strano nel fatto che Dio, che è amore, ci parli attraverso i nostri sogni. E che noi da parte nostra gli parliamo con la preghiera, che non è nulla più che la confessione dei nostri sogni d’amore. 

Ti è capitato di vedere quelle trame sulle quali si tessono i tappeti? Alla fine, a opera finita, le trame non appaiono più. Perché alla fine si sono trasformate nel luogo stesso in cui ha preso forma la bellezza.

Senza la trama non ci sarebbe bellezza; i fili cadrebbero, senza nulla che li sostenga. Ma nella misura in cui i fili costruiscono i disegni, la trama scompare. Bellezza, dono gratuito di qualcosa che per donare deve diventare invisibile.

Cristo, luogo del nostro desiderio … Il regno di Dio è giunto, e il suo volto è la felicità degli uomini. Come per il tappeto. Dio, invisibile in quanto Dio, si rende visibile in quanto desiderio e trasforma cose, persone, gesti: la mano data, il bambino che gioca sotto il rubinetto dell’acqua, il povero che mangia il suo pane, l’isolato che trova il suo compagno, il debole che non ha più bisogno di rannicchiarsi, le piante che nascono; le barriere sono smontate, le prigioni sono aperte, gli storpi saltano, i deserti diventano giardini, i vecchi non temono più la vecchiaia, gli strumenti di dolore e di morte, invenzioni della crudeltà, sono trasformati in legna da ardere; con loro sono bruciati gli stivali e le uniformi intrise di sangue, benché la loro fabbricazione e la loro vendita ci arricchiscano; la resurrezione del corpo, i sorrisi di piacere, la libertà, i campi coperti di grano e di fagioli i cui steli ondeggiano sotto la brezza, e le vigne cariche di grappoli, l’espulsione finale della paura, la vita eterna...

Cosa mai udita prima, questa che i cristiani cominciano a dire: che parlare di Dio è parlare degli uomini, che la gloria di Dio sono gli uomini felici, salvati. 

Guarda come siamo belli, come desiderio di Dio. Tanto belli che ci ha creato per essere specchi... Perché si riflettesse in noi la sua immagine e somiglianza. E ci ha fatto dall’amore, nell’amore, per l’amore, destinati a camminare dandoci la mano, sensibili alla bellezza, alla bontà, alla verità: il nostro corpo si è animato, vivente, al soffio del suo Spirito... Ma la paura ci ha deformati. Perché chi teme ha abbandonato l’amore, ha perduto il paradiso, e sperimenta la terribile solitudine di dover vivere la vita e la morte nell’abbandono della propria sorte ...

Mio Dio, non so che cosa chiedere. Ho cercato il mio desiderio più ardente e non l’ho incontrato. Non so che cosa mi renderà felice. Inquieto è il mio cuore, senza riposo, e non so che nome dare alle mie nostalgie. Senza sapere dove andare, senza sapere che cosa fare, senza sapere quali battaglie fomentare, provo intensamente la tentazione degli idoli e del vuoto. È facile entrare per delle scorciatoie, preferire il potere all’amore, la forza alla dolcezza, la reazione violenta alla dolce affermazione della bontà... Ma so che malgrado la mia stupidità il tuo Spirito mi ama, frequenta i miei sogni, le mie viscere, i desideri che non so esprimere, e intercede per me e per tutti i miei fratelli, in questo mondo che tu hai creato, con gemiti troppo profondi per le parole... Accetta, o Padre, i miei gemiti inarticolati come espressione della mia preghiera... Ma nella mia fame ho bisogno di segni visibili della tua grazia invisibile …

Ho sete di sorrisi, di sguardi dolci, di parole calme, di gesti fermi per la loro verità e la loro bontà; di vittorie per quanto piccole della giustizia ...

Cantaci, o Dio, i canti della terra promessa; procuraci nel deserto la manna; e concedici la grazia di giocare e di divertirci nei tuoi giorni di riposo, come espressione di fiducia...

Rubem Aves, Il canto della vita