Nelle mani i colori dell’arcobaleno

Il canto della vita
Il canto della vita
Nel corpo così piccolo, così effimero, vive tutto un universo, e se potesse darebbe la sua vita per la vita del mondo. Nel nostro corpo si rivela il desiderio di Dio. In fin dei conti, quel che ci mormora la dottrina dell’incarnazione è che Dio fin dall’eternità ha voluto avere un corpo come il nostro …

Ma il corpo non è soltanto sorgente che deborda: è braccia che accolgono.

L’orecchio che ascolta il lamento, in silenzio, senza dir nulla...
La mano che ne stringe un’altra...
La poesia, magia che transustanzia il mondo mettendovi delle cose invisibili, rivelate solo dalla parola...
La capacità magica di ascoltare le lacrime di qualcuno, lontano, mai visto, e anche di piangere...

Il mio corpo deborda e fertilizza il mondo...

Il mondo deborda, e il mio corpo lo riceve...

Così semplice, così bello. Ma è successo qualcosa di strano. Qualcosa ci ha tentato, e noi abbiamo cominciato a cercare Dio in luoghi perversi. Abbiamo pensato di incontrare Dio dove il corpo finisce: e l’abbiamo trasformato in bestia da soma, in esecutore di ordini, in macchina per il lavoro, in nemico da mettere a tacere, e così l’abbiamo perseguitato, al punto da far l’elogio della morte come via verso Dio, come se Dio preferisse l’odore delle tombe alle delizie del paradiso. E siamo diventati crudeli, violenti, abbiamo permesso lo sfruttamento e la guerra. Perché se Dio si trova al di là del corpo, allora al corpo tutto può essere fatto.

Ho scritto queste cose come celebrazioni della resurrezione. Nella speranza della resurrezione dei morti. Per esorcizzare la morte, che noi stessi alimentiamo con la nostra carne. Invocazioni di gioia e bellezza. Chi ha gioia e ama la bellezza lotta meglio.

I corpi risuscitati sono guerrieri più belli perché portano nelle loro mani i colori dell’arcobaleno. E allora i corpi si trasformano in seme che feconda la terra perché nasca il futuro...

Rubem A. Alves, Il canto della vita