La speranza ha risposto

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Dio non viene all’“umanità” in astratto; il perdono chiama in causa un passato particolare. La grazia non crea un futuro “astratto”: la nuova identità della vita nello Spirito rimane singolarmente particolare. Paolo lo spiega in termini di diversità dei doni dello Spirito (cf. 1Cor 12,4-30), una visione di complementarietà nella quale vita comune e vocazione particolare non costituiscono una minaccia l’una per l’altra. La nuova identità viene specificata come un occupare un posto unico, “non trasferibile”, nella comunità, e il legame interno alla comunità è mantenuto dalla comunicazione e dallo scambio della grazia tra questi punti unici. Potremmo dire che la comunità vive nello scambio non solo di carismi, ma di storie, di memorie. Il mio passato particolare si pone, nella chiesa, come una risorsa per le mie relazioni con i fratelli e le sorelle. Il mio carisma, il dono consegnatomi perché lo offra alla comunità, è il mio io, in definitiva; la mia storia ritornatami per darmi un posto in quella rete di scambio, la ragnatela di doni, che è la chiesa di Cristo. Il mio io esiste per essere dato via nell’amore, non perché sia privo di valore, ma perché è sommamente prezioso, perché mi è offerto dalla mano di quel Dio che mi ritorna la mia memoria. A partire dalla mia vicenda, lo spirito di Gesù risorto costituisce le mie possibilità attuali di comprensione, compassione e condivisione di me stesso. La mia identità di persona che ama nella comunità ha il colore particolare degli amori in cui ho già lottato, fallito, imparato e mi sono pentito: essi compongono il motivo per cui il mio amore attuale è in questa “chiave” o “modalità” piuttosto che in altre, l’irriducibile specificità del mio dono.

“Ama il tuo prossimo in quanto te stesso”: ama in quella modalità che emerge dal passato che è tuo e di nessun altro, partendo da quel processo in cui hai imparato ad accettarti. Comincia a vedere il tuo io come un dono, amalo come un dono, dalla mano di Dio, e impara come anche il prossimo sia un dono, per se stesso o se stessa, e per te. L’umanità “caduta” è come una catena di mutua deprivazione, furto con scasso: qui ora vediamo come l’umanità “redenta” rovesci questo sistema in una catena di mutuo dono, scambio di vita. E il perno è apprendersi come dono, permettendo che esso venga ritornato – per quanta sia, all’inizio, la pena o la vergogna – dal Cristo risorto, udendo il proprio vero nome dalle sue labbra.

“Gesù le disse: ‘Maria’. Lei si voltò e gli disse in ebraico: ‘Rabbunì’ (che significa maestro)” (Gv 20,16). Qui, con rara intensità e sobrietà, Giovanni riunisce per noi i momenti del riconoscimento (o ricordo) di sé e del riconoscimento (o ricordo) di Dio … A Maria viene offerto il suo nome, la sua identità, il nome che la specifica come quella persona con quella particolare storia. E in tale contesto, il proferimento del nome ristabilisce una relazione di fiducia e riconoscimento: Maria improvvisamente vede l’estraneo come colui che in passato l’ha chiamata per nome, ha accettato e affermato la sua identità …

Ma se la speranza, pur mortalmente ferita, è ancora capace di volgersi indietro verso il corpo abbandonato, c’è ancora una scoperta da fare … Quando egli la chiama per nome, lei “si volge” un’ultima volta verso il riconoscimento: Rabbouní; lei, “essendosi volta”, lei “colei che si è volta”, ancora e ancora, verso una speranza sempre più fievole, scopre ora che la speranza ha risposto. Volgersi, sempre daccapo, al nome, alla figura, al ricordo di Gesù, anche quando non può che sembrare astratto e remoto, sfocia quantomeno nel sapere con assoluta chiarezza che è ancora lui a chiamarci alla nostra singolare identità … La conversione è il rifiuto di accettare che la perdita sia la definitiva verità umana. Come qualcosa che cresca sottoterra, anche noi contestiamo il buio e ci spingiamo ciecamente verso l’alto in cerca di luce, verità, casa: ovvero il luogo, la relazione in cui non siamo perduti, in cui possiamo trarre vita da radici che affondano profondamente nella sicurezza. Maria ritorna ciecamente alla tomba, e trova il proprio io, la propria casa, il proprio nome. Maria non è morta perché Gesù non è morto.

 Rowan Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale