Un’umanità che “si alimenta”

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Se io mi chiedo chi sei tu, la mia relazione con te dipenderà dalla risposta che riesco a dare a questa domanda. Il mio impegno nei tuoi confronti sarà diverso a seconda che sia giunto o non sia giunto a una conoscenza della tua persona.

Se io mi chiedo chi sei tu, la mia relazione con te dipenderà dalla risposta che riesco a dare a questa domanda. Il mio impegno nei tuoi confronti sarà diverso a seconda che sia giunto o non sia giunto a una conoscenza della tua persona. Ora, non posso dire di conoscere qualcuno se non cerco di conoscerlo veramente. Conoscere non è semplicemente sfiorare, percepire con i sensi o prendere coscienza della presenza dell’altro; la conoscenza ci obbliga a entrare nel regno in cui l’esistenza di ciascuno non dipende più dallo sguardo altrui, ma da lui stesso, da quello che è. Entrare veramente in contatto con una persona significa dunque incontrarla là dove essa, quando ci riesce, può cominciare a dire “io”, cioè in quel punto di raccordo in cui diventa responsabile della propria umanità in relazione agli altri … Noi veicoliamo una molteplicità di rappresentazioni che invece di avvicinarci a quello che cerchiamo ce ne allontanano ancora di più. La priorità oggi non è più sapere che cosa sia l’essere umano, ma come essere se stessi. Di quelli che si pongono ancora la prima domanda si dice che si “rompono la testa”… sottinteso: per nulla.

Eppure si tratta di due questioni diverse. Nella prima cerchiamo una via per arrivare alla verità sull’uomo, all’interno della quale incontriamo noi stessi e gli altri, nella seconda cerchiamo di vivere con autenticità. Ma come separare l’una dall’altra queste due ricerche senza distruggere l’unità umana? Si correrebbe il rischio di spezzare l’armonia tra l’essere e la vita separando radicalmente verità e libertà. Questo potrebbe avere senso se stabilissimo a priori con un atto di fede che la nostra umanità è un contenitore vuoto che tocca solo a noi riempire di quel che vogliamo. L’unica nostra verità sarebbe allora quella di essere assolutamente liberi nei confronti di noi stessi, vivere come se non avessimo da render conto all’umanità, come se quest’ultima non esistesse senza il nostro consenso, e questo con il pretesto che probabilmente non avremmo mai scelto di esistere se ci avessero chiesto di acconsentire alla vita. Quante certezze in questa palude d’incertezza!

Se cerco la verità, non è perché io sia “fissato”: cerco soltanto di utilizzare, al servizio della mia persona e di quella degli altri, il tesoro che è in me, al quale posso accedere grazie al dono della mia natura umana. E questo mi permette di accogliere ogni mattina la novità del mondo, di rinunciare una volta per tutte a una forma di controllo che sarebbe solo disprezzo dell’Assoluto, e di lasciare che la mia umanità non tanto “si costruisca”, ma piuttosto “si alimenti” perché mentre vivo il tempo mi sveli ciò che può avere una consistenza. Chi cerca la verità non dà mai giudizi anticipati sul suo futuro, non sclerotizza il suo pensiero nella definitività di una formula chiusa, fosse anche l’interdizione di ogni chiusura, ma esce all’aperto e va dove il suo essere lo porta… Il prigioniero è partito per il suo viaggio!

Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita