Fede-fiducia che rischia

b5dbd10c997921e3220245150b842d0a.jpg

Il fondamento saldo che Gesù trova nella sua preghiera è l'esperienza di essere ascoltato e amato.

Il fondamento saldo che Gesù trova nella sua preghiera è l'esperienza di essere ascoltato e amato. L'essere amato dal Padre (cf. Lc 3,22) lo sorregge nel cammino messianico che gli si apre dinanzi e che si conformerà al cammino del servo sofferente di cui parlò Isaia. Questo essere amato si esprime nella coscienza di essere ascoltato, e dunque accolto: “Ti ringrazio, Padre, perché mi hai ascoltato. Io sapevo che tu mi ascolti sempre” (Gv 11,41-42). La preghiera fonda la fiducia di Gesù nel Padre e il coraggio e la libertà nei confronti dei discepoli, delle folle, degli uomini tutti. E questo, situando Gesù nell'amore: amore del Padre per lui e suo per il Padre; amore per i discepoli e gli uomini, che accetta di non essere sempre compreso e ricambiato, ma anche misconosciuto e rifiutato.

La fiducia sgorga dal sapersi ascoltato, cioè accolto. Ora, il “sapere” di cui Gesù si dice depositario, non ha a che fare con dimensioni di certezza razionale o di immediatezza di visione divina che lo esonererebbero dal rischio della relazione fiduciale, ma traduce nella sua esistenza l'appellativo con cui tutto Israele si rivolge a Dio nelle parole: “Tu che ascolti la preghiera” (Sal 65,3). Il sapere della fede non coincide con la certezza razionale. La fede-fiducia ha in sé una dimensione di rischio. Scrive Blaise Pascal: “Se non si dovesse fare niente, se non per il certo, non si dovrebbe fare nulla per la religione, poiché non è certa”. Il sapere su cui si fonda Gesù è un sapere comprovato dalla tradizione di fede e di preghiera di tutto il popolo di Israele che “sa” anch'esso, con fiducia incrollabile, di essere stato scelto da Dio per amore (cf. Dt 7,7-8) e che perciò può confessare: “Quale grande popolo ha gli dei così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7). È il sapere di chi si fida, quel sapere che anche a livello interpersonale noi viviamo quando l'esperienza ci ha mostrato l'affidabilità di un'altra persona. È un sapere non intellettualistico ma che coinvolge la totalità della persona, comprese le sue dimensioni emotive profonde, e custodisce la verità e la libertà della relazione con Dio e del dialogo orante.

A livello interpersonale la fiducia, come atto di accoglienza incondizionata e di ascolto profondo, manifesta la sua capacità terapeutica. Se nutro fiducia in una persona allora “so” di non dover temere di essere giudicato o condannato. La fiducia vince la paura di non essere accolti per quel che si è, di essere svergognati, derisi, disprezzati, sminuiti, umiliati, rifiutati, rigettati. Nella fiducia io posso affidarmi così radicalmente all'altro da confidargli anche le mie debolezze di cui mi vergogno o gli atti di cui mi colpevolizzo.

Luciano Manicardi, Il vangelo della fiducia