Prega, con il tuo corpo

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L’uomo interiore grida verso Dio, non solamente con il rumore delle labbra, ma con lo slancio del cuore. Dov’è che il Signore dona la sua grazia? Nell’interiorità. È là che tu preghi, è là che vieni esaudito, è là che ottieni la felicità.

Hai pregato, sei stato esaudito, sei felice; e chi ti sta accanto non lo sa affatto. Tutto è avvenuto nel segreto, secondo la parola del Signore: “Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6). Ma entrare nella propria camera significa entrare nel proprio cuore.

Noi possiamo pregare in piedi, come sta scritto: “Il pubblicano stava in piedi a distanza” (Lc 18,13); possiamo pregare in ginocchio, come leggiamo negli Atti degli apostoli: “Stefano piegò le ginocchia e gridò a gran voce: ‘Signore, non imputare loro questo peccato’” (At 7,60), oppure stando seduti, sull’esempio di David e di Elia. Quando ci disponiamo a pregare, noi assumiamo la posizione corporale più appropriata per favorire gli affetti dell’anima. È l’incontro di due amori: da una parte quello di Cristo che bussa alla porta del nostro cuore, e dall’altra il nostro, che impariamo a manifestare.

Nel linguaggio biblico il cuore (leb) designa l’insieme della personalità cosciente, intelligente e libera di un essere umano. Esso è la sede e il principio della vita psichica profonda: rivela l’interno dell’uomo, il suo luogo nascosto, la sua intimità e la sua libertà. Quando la Bibbia utilizza il termine “cuore”, designa tutta la persona nella sua interiorità: non solo la sede delle emozioni e dell’affettività, ma anche quella dell’intelligenza e dei pensieri. Il cuore è inoltre la fonte dei ricordi e della memoria, così come il centro dei progetti e delle scelte decisive: quella della coscienza morale, della decisione di fede. L’uso del termine “cuore” nella Bibbia è frequente: applicato all’uomo.

Il cuore è fatto per comprendere, così come gli occhi per vedere e gli orecchi per sentire: “Ma, fino a oggi, il Signore non vi ha dato un cuore per comprendere né occhi per vedere né orecchi per udire” (Dt 29,3). Il pensiero semitico non separa la teoria dalla pratica e di conseguenza il cuore può essere nel contempo l’organo della comprensione e quello della volontà, la sede delle decisioni. Può essere indurito o toccato: “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: ‘Che cosa dobbiamo fare, fratelli?’” (At 2,37). L’espressione “parlare al cuore di” significa ritenere che le parole sono in grado di provocare un cambiamento della volontà nell’interlocutore: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16). Attiene alla funzione del cuore il fare appello alla ragione e in particolare il percepire la parola di Dio.

Il cuore umano resta una realtà nascosta, invisibile. Il modo biblico di parlare gli fornisce perciò un corrispondente esterno e, perlopiù, saranno gli occhi. I pensieri nascosti non possono essere conosciuti se non indirettamente, attraverso ciò che ne esprimono il volto e più in particolare gli occhi. L’occhio, organo della visione, riflette la vita interiore dell’uomo. Ecco perché si attribuiscono spesso agli occhi le intenzioni profonde del cuore, come il desiderio, la speranza, l’umiltà; la pietà e la sufficienza; la cupidigia e lo scoraggiamento. Lo sguardo esprime e traduce l’uomo interiore: se l’occhio è sano, è portato verso l’essenziale. Così, quando il salmista solleva gli occhi, non solo li rivolge verso il Signore, ma diventa attento e orienta verso di lui il proprio cuore: “A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi” (Sal 123,1-2).

Ch Aubin, Pregare con il corpo