L'uomo in preghiera: un albero di gesti

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La riflessione liturgica dei padri e dei loro eredi medievali, mentre sottolinea la dimensione teologica ed ecclesiale dell’eucaristia, quale esperienza di comunione al corpo e al sangue di Cristo nel vincolo che unisce e compagina il corpo della Chiesa, manifesta anche – ora in modo esplicito ora in forma atematica – che tale esperienza del mistero eucaristico avviene all’interno delle dimensioni imprescindibili dell’umano: la corporeità abitata dai sensi, situata nel tempo e nello spazio, segnata dalla mediazione del linguaggio e del simbolo.

Quando si considera la fede celebrata, appare evidente che “è nel più ‘corporale’ che avviene il più ‘spirituale’. L’eucaristia, dunque, manifesta chiaramente una dimensione antropologica che non può essere taciuta e che costituisce la trama dell’esperienza rituale dell’assemblea, quella trama intessuta di gesti e parole, segni e simboli, posture del corpo, codici verbali e non verbali, in virtù della quale quanti partecipano alla liturgia possono “avvertire nella relazione tra rito e intenzione, tra formalità esteriore e coscienza interiore la vera tensione originaria dell’autenticità cristiana, quella composizione incomponibile tra interiore ed esteriore, tra segno e significato, tra presenza e assenza, tra desiderio e dono, tra corpo e pensiero, tra uomo e Dio”.

Non è possibile entrare nei misteri di Cristo senza restare, al contempo, profondamente ancorati al tessuto antropologico della nostra umanità: nella comunione di un’assemblea che si riunisce, nel modo consapevole di vivere il tempo, fra memoriale delle mirabilia Dei e attesa escatologica, sperimentando lo stupore che diviene lode e imparando le parole fondamentali dell’ethos liturgico nella preparazione penitenziale, nell’azione di grazie eucaristica, nell’epiclesi, nella supplica, nell’intercessione e nella dossologia.

La celebrazione eucaristica, come d’altronde tutta la liturgia, parla alla nostra umanità e parla della nostra umanità, perché si radica nell’esperienza della nostra corporeità coinvolta nella sinergia di colui che ha consegnato e deposto il suo corpo, cioè tutta la sua esistenza, perché tutti abbiano in lui la vita (cf. Gv 10,10). L’homo liturgicus sa che la celebrazione è un’esperienza del proprio corpo, è un’azione fisica, oltre che spirituale e interiore. L’uomo prega e fa eucaristia nel suo corpo, con il suo corpo; anzi, il suo corpo diventa preghiera: “l’uomo in preghiera”, e la Chiesa in preghiera, divengono un “albero di gesti”, secondo la bella immagine di Michel de Certeau.

Per signa sensibilia, “mediante segni sensibili”, la dinamica celebrativa dell’eucaristia conduce l’assemblea per visibilia ad invisibilia, in una tensione escatologica che, slanciandosi “attraverso il visibile verso l’invisibile”, abbraccia il cielo e la terra, la liturgia degli angeli e degli uomini. La liturgia è, dunque, un’esperienza “sensoriale”, cioè un evento che viene a bussare alle porte dei sensi, che li risveglia e li mette in festa: in tal modo, i credenti entrano nel mistero eucaristico attraverso le cinque porte della sensibilità.

Un solo corpo. Mistagogia della liturgia eucaristica attraverso i testi dei padri latini