Riformare: rifondare sulla Scrittura

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Quale può essere la parola in grado di descrivere la natura profonda della riforma? In una sua conferenza del 1933, intitolata La riforma è una decisione, Karl Barth ha adoperato la parola “rifondazione”.

Dunque, la riforma come rifondazione. In che senso? Ovviamente non nel senso di “porre un altro fondamento rispetto a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1Cor  3,11), ma nel senso di porre una domanda che la chiesa non era abituata a porsi, quella circa il suo fondamento. Certo, si sa, la chiesa è fondata da Cristo e su Cristo. Ma che cosa significa, concretamente, per la chiesa, essere fondata su Cristo Gesù? Tradizionalmente, la risposta era: “Cristo, fondando la chiesa, ha incaricato Pietro di presiederla e governarla. In quanto successore di Pietro, il papa e il suo magistero manifestano il fatto che Cristo è il fondamento della chiesa”. Ecco: la riforma ha messo in questione questo “fondamento”. Anche per lei il fondamento della chiesa è, ovviamente, Cristo, ma ha collegato questo fondamento non più al papato, ma alla sacra Scrittura. In questo senso la riforma ha effettivamente “rifondato” la chiesa.

Porre la Scrittura come fondamento della chiesa non era propriamente mai accaduto, se non nei primissimi tempi della predicazione apostolica. La Scrittura ha sempre accompagnato la vita della chiesa; è sempre stata letta, spiegata, commentata; tutta la grande letteratura patristica greca e latina non è altro, in larga misura, che commento alla Scrittura; anche il medioevo ha prodotto numerosi commentari biblici, cogliendo e sviluppando in maniera spesso magistrale i “quattro sensi della Scrittura”; per chi poi non sapeva leggere (era la maggioranza) i principali cicli della Bibbia venivano illustrati con gli affreschi sulle pareti delle basiliche e cattedrali. Quindi la Bibbia era presente, come lo è sempre stata (anche se rinchiusa nella gabbia della lingua latina, che il popolo da tempo non capiva più), ma non era mai stata posta come fondamento della chiesa. Questo ha fatto la riforma e in questo è consistita la sua “rifondazione” della chiesa. Questa operazione arditissima – interpretare la fondazione della chiesa su Cristo come fondazione sulla parola di Dio, cioè sulla sacra Scrittura – voluta e attuata si può dire unanimemente da tutta la riforma, in tutte le sue espressioni e articolazioni, ha dato luogo e corpo a un suo secondo contenuto costitutivo, una “risostanziazione biblica” della fede, del pensiero, della teologia, della pietà e della prassi della chiesa. La riforma ha riguardato in realtà la sostanza di larga parte del discorso cristiano: le sue parole chiave (fede, opere, giustizia di Dio, pentimento, legge, liberta, verità, obbedienza, autorità, chiesa, mondo, santità, eccetera) sono state ripensate a fondo e riempite di sostanza biblica.

Da questa azione congiunta di rifondazione e risostanziazione biblica è nato un nuovo modello di chiesa cristiana. Non una nuova chiesa, sia ben chiaro: i riformatori sarebbero inorriditi al solo pensiero di aver creato una nuova chiesa; essi infatti confessano con gli antichi cristiani la “chiesa una, santa, cattolica, apostolica”; non ci possono essere due chiese, perché non ci possono essere due “corpi di Cristo”; l’unicità del Signore comporta l’unicità della sua comunità; all’unico Capo corrisponde un unico corpo. Nessuna nuova chiesa nasce con la riforma, ma – questo sì – un nuovo modello dell’unica chiesa cristiana.

Paolo Ricca, in Aa. Vv., Riformare insieme la chiesa