Un dialogo fecondo che dà vita

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Nel dialogo siamo chiamati a mostrare tutta la fecondità, per un approccio specificamente cristiano alle religioni e alle culture, di quello spazio dello Spirito che è costituito dalla Divino-umanità, cioè dall’unione in Cristo, senza separazione né confusione, dell’umano e del divino. Tale unione è fondamento e centro di attrazione dell’universo. Tutto il divenire cosmico, tutta la storia degli uomini si svolgono all’interno della Divino-umanità.

Un tale cristianesimo sarà aperto contemporaneamente a tutte le esplorazioni del divino e a tutte le esplorazioni dell’umano, senz’altro criterio in definitiva che l’unione dell’uno con l’altro. Di fronte alle culture tradizionali dell’oriente, dove tutto si riassorbe nel divino, esso porrà l’uomo e la sua libertà. Di fronte all’occidente moderno che crede di liberare l’uomo negando ogni forma di trascendenza, porrà Dio e il suo amore. A coloro che pensano che il padre debba uccidere il figlio, a coloro che pensano che il figlio debba uccidere il padre, questo cristianesimo ricorderà lo Spirito santo che viene dal Padre e riposa sul Figlio, perché il Figlio sia uguale al Padre.

Con le religioni profetiche, testimonieremo che soltanto la legge divina umanizza l’uomo, lo strappa al regno delle pulsioni omicide. Ma diremo questo precisando anche che l’incarnazione fa della persona un assoluto, di modo che l’etica della legge deve evolversi nella direzione di un’etica dell’amore creatore. Noi seguiremo il mistico musulmano nel fascino che prova di fronte all’Inaccessibile, seguiremo il mistico indù nel suo sforzo di interiorizzazione. Ma con la precisazione che al di là dell’estinzione nell’attestazione dell’Unico, al di là della dissoluzione in un oceano di luce, l’abisso si rivela abisso paterno, abisso d’amore: quello del Dio vivente, che porta in sé il mistero dell’Altro e vuole una “fusione senza confusione”, nella quale viene esaltata, per un amore sempre rinnovato, l’alterità della creatura...

Un tale cristianesimo sarà aperto a tutte le esplorazioni del mondo umano realizzate dalla modernità occidentale, ma impedirà loro di chiudersi e di auto-idolatrarsi, cioè di idolatrare la morte.

Esso saprà spingersi più lontano di Nietzsche che, poco prima di sprofondare nella follia, delirava: “Al di là del ghiaccio, del nord, della morte, la nostra vita, la nostra felicità”. Andrà più lontano perché la resurrezione di Cristo sgretola realmente il muro “del ghiaccio, del nord, della morte”, perché lo Spirito santo trionfa realmente sullo spirito di pesantezza, ci dona la vera leggerezza, la vera gioia, uno spazio liberato dalla mediocrità e dall’angoscia e dove si può essere fedeli alla terra, perché la terra è un sacramento.

Un tale cristianesimo andrà più lontano di Marx, la cui genialità è stata quella di associare, in ciò che egli chiamava prâxis, la filosofia, la scienza e l’azione: un pensiero che riesce a smascherare implacabilmente, ancor oggi nel terzo mondo, tanti meccanismi di oppressione. Gnosi dell’immanenza, tuttavia: filosofia materialista e scienza scientista portano a una prassi totalitaria. Solo il senso dell’umanità divina di Cristo può fondare una dialettica integrale che tenga conto anche della dimensione spirituale dell’uomo, che prenda in considerazione l’uomo nel suo radicamento economico, politico, sociale, ma anche nella sua esigenza di gioco, di bellezza, di amore e di adorazione. L’insieme della realtà – al di là di ogni concettualizzazione, di ogni possibile totalizzazione – viene così unificato dall’uomo, inteso come apertura all’altro e al mistero, dall’uomo come immagine di Dio, che non ha altra definizione possibile oltre quella di essere indefinibile.

Un tale cristianesimo arriverà più lontano di Freud, fino alla vera liberazione dal desiderio. Perché la verità del desiderio è di contestare la morte, e solo la resurrezione di Cristo apre al desiderio uno spazio infinito, essa soltanto ci strappa a questo culto della morte, che assilla la cultura occidentale. Questo éros più forte di thánatos, si compie nell’illuminazione dell’agápe, nell’amore veramente personale finalmente possibile, e alla fine nell’unione mistica. E nella partecipazione alla paternità divina, nasce una paternità liberatrice, che dona lo Spirito.

Ignazio IV, patriarca di Antiochia, L’arte del dialogo. Con la creazione, gli uomini, le chiese