Da dove viene lo sguardo di Gesù?

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Partiamo da una domanda. Da dove viene lo sguardo di Gesù? Da dove viene il mistero del suo sguardo umano? Certo, potremmo rispondere semplicemente, con la nostra fede, che esso viene dal mistero della sua divino-umanità, del suo essere Figlio venuto a rivelare il volto del Padre … Ma seguire questa via sarebbe in qualche modo arrivare già alla conclusione del nostro discorso, prendendo la scorciatoia e saltando la concretezza della realtà umana di Gesù, quale ci viene mostrata nei vangeli. “La sua divinità – ci ricorda infatti il teologo Joseph Moingt – si rivela proprio nella grandezza della sua umanità”.

Come ogni uomo, Gesù è nato e vissuto in un contesto, in circostanze precise e con uno stile preciso. Tutto questo ha modellato il suo sguardo. Lo sguardo di ogni persona infatti è sempre impregnato di tutta una cultura; è l’emergere di tutto il suo vissuto e di tutta la sua interiorità, di tutto l’amore che ha ricevuto e di quello che le è mancato.

Gesù nasce in un contesto di povertà, lo sappiamo. Non di miseria, ma di povertà sì. Il suo provenire da una famiglia di semplici artigiani, da un povero villaggio (non una città) della marginale Galilea (che non godeva di buona fama per il suo carattere multietnico), lo ha messo a contatto, dal basso, con la concretezza della vita umana semplice, con i suoi ritmi naturali e di lavoro. Gli ha dato un’innata comunione con la vita dei campi e degli animali, una capacità di immediatezza e di curiosità nel guardare il mondo che le sue parabole rivelano in modo molto evidente. È a partire da questa prospettiva che Gesù è in grado di discernere “il grande nel piccolo” e di sintonizzare il suo sguardo con quello di Dio.

Ma il suo sguardo non è solo dal basso. A partire almeno da un certo momento della vita, il suo diventa uno sguardo in movimento. In continuo movimento. Sappiamo dai vangeli infatti che, all’età di circa trent’anni (cf. Lc 3,23) Gesù lascia il villaggio di origine e, ricevuto il battesimo da Giovanni il Battista, inizia a fare il predicatore itinerante (cf. Mt 4,23; 9,35). Da quel momento sarà sempre in movimento, un uomo che cammina, come stile di vita. Questo è assai importante per il nostro discorso, perché ci dice che il punto di vista dello sguardo umano di Gesù sulla realtà che lo circonda è un punto di vista in continuo e incessante movimento, non stabile e fisso. Camminare è il suo modo per entrare in contatto con la gente. È lo scenario fondamentale da cui partire per comprendere tutto il suo comportamento.

Nella sua vita adulta Gesù è stato il contrario di un installato e di un integrato. Ha vissuto nel distacco e nello sradicamento dalla sua terra natale e dai “suoi”, passando e spostandosi continuamente per vari luoghi. La sua itineranza si definisce come autospoliazione, come debolezza e come insicurezza nelle condizioni di vita. Non è legato ad ambienti sociali, categorie o gruppi di potere dai quali è riconosciuto o sostenuto. In questo senso è debole; eppure libero. Il suo punto di vista può estendersi a tutti, identificarsi con tutti, lasciarsi interpellare da tutti e da ogni situazione, senza pregiudizi né paraocchi. Quando qualcuno tenta di trattenerlo in un solo luogo, egli risponde deciso: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto!” (Mc 1,38). È venuto per andare altrove, il suo sguardo tende sempre oltre.

Lo sguardo di Gesù custodirà gelosamente questo suo orizzonte aperto anche quando gradualmente si formerà attorno a lui una cerchia di discepoli: Gesù infatti si sforzerà di inculcare in chi lo segue il suo stile itinerante e libero, e dunque mai installato in un punto di vista chiuso o da setta (del tipo “noi/loro”), anche quando, più volte, i discepoli saranno tentati di farlo. C’è uno sguardo di Gesù che si rivolge in particolare ai discepoli e che definisce il più ristretto ambito comunitario della loro cerchia (cf. Mc 4,10-11), tuttavia i confini tra il “dentro” e il “fuori” di questa comunità di persone restano sempre aperti, e in ultima istanza sono determinati dalla disponibilità ad accogliere lo sguardo del maestro, che è sempre misurato dall’obbedienza alla volontà di Dio (cf. Mc 3,35) e comunque resta uno sguardo mobile e in continua evoluzione, che sfugge a ogni tentativo di fissazione o normalizzazione ideologica. L’orizzonte dei discepoli deve rimanere quello di una comunità in cammino di sequela dietro al maestro.

Resta vero comunque che nell’ambito comunitario dei suoi discepoli, formato da una dozzina di uomini e da alcune donne (cf. Lc 8,1-3), Gesù ha imparato e affinato uno sguardo di prossimità e di condivisione quotidiana. Tante sue parole presuppongono e sono impensabili senza l’orizzonte di relazioni fraterne che egli ha condiviso ogni giorno insieme ai suoi discepoli.

Luigi d’Ayala Valva, Lo sguardo di Gesù