Rinnovare la speranza dell'unità

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Separate a partire dal xvi secolo, le chiese cristiane a varie riprese hanno tentato di ritrovare la loro unità, e il xx secolo ha conosciuto la grande impresa ecumenica, piena di successi in ciò che concerne l’esaustività dei dialoghi teologici, ma con troppo poche conseguenze per la realtà del vissuto ecclesiale condiviso. Come proseguire nel XXI secolo nella speranza di un raggiungimento dell’unità?

Il lavoro teologico “su misura” dell’ecumenismo non consiste nel trovare una lingua comune che sia un esperanto cristiano, ma nel realizzare ponti tra le culture confessionali. “Tradurre” non significa in questo caso sostituire parole, bensì “trasportare” gli interlocutori, con le loro identità, gli uni verso gli altri, vale a dire ricreare dei linguaggi che permettano di rivivere insieme l’esperienza della fede. La proposta di fondo è che le chiese potrebbero superare l’attaccamento a certe “identità” che esse considerano quasi intangibili per spostare i loro sforzi verso l’appartenenza cristiana che le accomuna.

Per il futuro dei metodi ecumenici c’è da porsi la domanda se gli sviluppi dogmatici, privilegiati nei dialoghi del xx secolo, rispondano ancora ai bisogni attuali delle chiese, a un tempo desiderose di avanzare nell’unità ed esitanti a intraprenderne la via. Un metodo originale ma troppo poco esposto è quello della “guarigione delle memorie”. Dietro a questo termine, che conosce diverse applicazioni a seconda dei contesti, si dispiega un concetto ecumenico che non ha suscitato grandi ondate di entusiasmo ma che dà prova di efficacia, e che ha come grande forza il fatto di essere più sensibile alle resistenze delle identità legate alla cultura e alla storia rispetto ai dialoghi dottrinali … La memoria è decisiva in questo metodo, perché, se non si possono mutare gli eventi, si può mutarne l’interpretazione per le nuove generazioni. Non si rinnega il passato (e le lotte dei padri): gli eventi sono quelli, ma l’interpretazione può evolvere.

Colpisce il fatto che l’insistenza sulla memoria storica ritrovata in comune si ricolleghi anche con il genere specifico della storia, che è il racconto. Il racconto è un genere falsamente innocente che, sotto apparenze semplici, trascina gli uditori presentando loro differenti identità possibili e diversi punti di vista. Se vi si coinvolge, tuttavia, il processo del racconto nasconde delle potenzialità trasformatrici. Il racconto non ha la funzione di informare, bensì di attivare un movimento di avvicinamento delle posizioni confessionali le une verso le altre. Il metodo stesso, e non solo i contenuti, introduce così nuove dinamiche. Un progresso importante sarebbe che i metodi di dialogo ecumenico, senza nulla sacrificare della loro acribia dottrinale, comportino differenti tipi di linguaggio: un linguaggio teologico ed esistenziale, un percorso storico, e una forma narrativa o “poetica” (nel senso dipoíesis) che sia nel contempo emozionale, esperienziale e dinamizzante.

Élisabeth Parmentier, in Aa. Vv., Riformare insieme la chiesa