Lettori, uditori, interpreti, discepoli

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La lettura pubblica di un testo nominatamente tratto da un libro santo, e annunciata come tale, nel corso di un’assemblea liturgica, è una scena rituale. La proclamazione a viva voce si fa significativa tanto per il suo protocollo, quanto per il suo contenuto o il suo discorso, a fortiori per ciò che si potrebbe ritenere la semplice comunicazione di un’informazione.

La lettura considerata come atto, con un inizio e una fine, apre e chiude un tempo riservato, veramente messo tra parentesi o, più precisamente, tra virgolette. Questa particolarità della lettura cultuale viene indubbiamente intensificata dal contrasto che produce rispetto all’importanza accordata nell’epoca attuale a un’accelerazione della lettura privata (“leggere bene equivale a leggere in fretta”) e, in tutte le forme dei media, a un accesso rapido all’informazione. Questa istituzione del tempo attraverso la lettura è correlativa a una certa espropriazione, almeno momentanea, e a un possesso differito. Il rito reistituisce il rapporto tra l’udire e il comprendere, spossessando il gruppo lettore-ascoltatori, momentaneamente, e nei limiti e nella pragmatica di una finzione rituale, del suo sapere acquisito in forza dello studio oppure dell’abitudine, per lasciare al testo il tempo del suo dispiegamento immanente, o anche della sua semplice esistenza fonica.

Così la lettura ritualizzata, proprio perché ritualizzata, non ci sembra che debba essere considerata semplicemente una comunicazione strumentale governata dalla sola efficacia, che sarebbe la lettura di questo testo in maniera proficua per questo uditorio, ciò che essa è certamente, e ciò che la predicazione svilupperà. L’obiettivo di ogni lettura, in quanto rituale e ritualizzata, è anche in un certo qual modo questa lettura stessa. È la tradizione della lettura nel duplice senso dell’espressione.

L’uditorio è costituito tale dalla portata della viva voce e dell’atto di lettura di colui o di colei che è lì e legge. Il ministro della lettura non comunica un’informazione religiosa a un pubblico che sarebbe situato di fronte a lui in una posizione di esteriorità. La lettura che egli effettua, in quanto ministro, all’apertura del libro, istituisce un’assemblea di uditori invitati, reali e potenziali, costituiti perciò insieme con lui, o lei, in popolo di interpreti e di discepoli.

Jean-Yves Hameline, Poetica delle arti sacre