A chi il primo posto?

chiesa poveraNon appena Gesù ebbe di nuovo annunciato: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme” (Mc 10,33), e fatto intendere che la sua qualità di Messia stava per affermarsi in modo decisivo, Giacomo e Giovanni (cf. Mc 10,35) o la loro madre (cf. Mt 20,20) gli si avvicinarono e gli fecero direttamente, con franchezza, una richiesta a cui devono aver pensato da un po' di tempo: di ricevere, in quel regno che Gesù stava per inaugurare, i primi due posti, i migliori, e di sedere l'uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. È allora che il Signore pronunciò le parole più decisive:

“Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle genti dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,42-45; cf. Mt 20,25-28).

La terminologia utilizzata ha una grandissima forza.

Nell'ordine del vangelo, come in quello delle società terrene, esistono i grandi, i primi. Nelle società terrene costoro fanno sentire il loro potere, si comportano da padroni: c'è un rapporto di ineguaglianza tra gli altri e loro, e consiste da un lato in un rapporto di sudditanza e dall'altro di dominio. La via che porta al rango di primo o di grande secondo il vangelo è tutt'altra; anzi, è l'opposto. Consiste nel cercare una situazione o un rapporto non di potere, ma di servizio, di diàkonos, “servitore”, di doulos, “schiavo”, uomo di fatica. Questi due termini occupano un posto assolutamente centrale nelle categorie che servono a definire l'esistenza cristiana. La diakonìa, ossia il porsi, il comportarsi e l'agire da servitore, appare, nell'insieme del Nuovo Testamento, coestensiva e concretamente identica alla qualità di discepolo, di uomo afferrato da Cristo e vivente in dipendenza da lui. Il titolo di doulos, schiavo, servo (di Dio), che non aveva nessun significato religioso nel mondo pagano, esprime quanto mai bene questa appartenenza totale a Cristo, che ci costituisce nel contempo servi di tutti i nostri fratelli. Gesù stesso ricollega espressamente il comportamento di servizio, e non di potere, che stabilisce come legge per i discepoli, al proprio comportamento, di lui che è il loro maestro.

Il discepolo infatti non è semplicemente uno scolaro che riceve un insegnamento: è uno che imita il maestro e ne condivide la vita. Ora, Gesù ha vissuto la propria missione e l'ha definita con i termini isaiani del Servo. Egli non è venuto a “signoreggiare”, a farsi servire, ma a servire come uno schiavo, e addirittura a vivere la condizione dello schiavo fino al punto veramente specifico di essere venduto, di farsi lui stesso l'equivalente di un prezzo di riscatto... Poiché la loro vita è tutta nell'appartenenza a Cristo, tutta da lui e tutta per lui, i discepoli non si innalzano se non abbassandosi, seguendo Cristo nella via della discesa, del dono di sé e della perdita di sé, di cui san Paolo ha tracciato la traiettoria vittoriosa di Dio alla morte sulla croce e dalla tomba alla gloria.

Vai al libro: Y. M-J. Congar, Per una chiesa serva e povera