Perchè i miracoli?

Il dio di Gesù nel vangelo di MarcoIl primo miracolo compiuto da Gesù al capitolo 1 del vangelo, la guarigione del lebbroso, contiene una frase decisamente bizzarra, di cui abbiamo due versioni negli antichi manoscritti. Il lebbroso arriva e dice: “Se lo vuoi, puoi purificarmi”. Gesù, “mosso da profonda compassione”, dice: “Certo che lo voglio. Puoi essere purificato”. Secondo molti antichi manoscritti, tuttavia, Gesù fu “agitato da rabbia profonda” quando proferì quelle parole. A prescindere da quale lezione si scelga (ed entrambe hanno validi argomenti a sostegno), il punto è che Gesù sta compiendo un miracolo perché è mosso, agitato. Che sia a causa della compassione per le sofferenze di una persona, o della rabbia dinanzi alla presa che hanno la malattia e il pregiudizio sul lebbroso emarginato dalla società, egli, palesemente, non sta compiendo un miracolo per provare qualcosa.

E il tema che attraversa il vangelo nella sua interezza potrebbe essere sintetizzato molto semplicemente così: Gesù non compie mai miracoli per provare qualcosa o per uscire vincitore da una disputa. Sì, è vero, in un certo senso la storia della guarigione del paralitico mostra Gesù intento a compiere un miracolo onde dimostrare qualcosa, ma quel qualcosa è per l’appunto il fatto che non è il miracolo a costituire la questione centrale. Il miracolo è operato per spostare l’attenzione dalla guarigione alla promessa del perdono, per rafforzare l’idea che se un miracolo è strabiliante e difficile, ancor di più lo è il perdono dei peccati.

Quando i miracoli hanno luogo, allora, sono frutto dell’immediatezza della compassione o addirittura della rabbia, rabbia per il modo in cui la malattia rende prigioniere le persone, ma anche rabbia per come la bigotteria religiosa non sa lasciar trapelare la promessa di liberazione. Al capitolo 3, nella storia della guarigione di un uomo dalla mano inaridita, si dice che i nemici di Gesù lo guardano con attenzione per vedere se compirà un atto di guarigione in giorno di sabato, e che Gesù prova pena e rabbia per la visione distorta dei bisogni e delle priorità dell’uomo palesata da un siffatto atteggiamento; la sua rabbia è dovuta al fatto che la possibilità di condannare un maestro discusso risulta più importante del ripristino della capacità di guadagnarsi da vivere di un essere umano. Marco ricorda inoltre che quando Gesù fa ritorno nella propria città natale non è in grado di compiere alcun miracolo significativo. Egli viene preso in giro e respinto dai suoi concittadini, ma non risponde cercando di avere la meglio sui loro argomenti mediante miracoli. Ci viene detto che avvengono solo poche guarigioni non appariscenti, tutto qua; nessuno spettacolo (cf. 6,5).

Ancora una volta, allora, il miracolo è posto in prospettiva. Si dà per scontato che Gesù è davvero un guaritore e un esorcista, e che i miracoli che compie sono reali. Ma ciò che egli stesso si rifiuta di fare è basare la propria autorità su “segni e meraviglie”. La storia del paralitico è decisamente eloquente in proposito. È quasi come se Gesù stesse dicendo che circolano molti che fanno miracoli, guariscono ed esorcizzano, e così era davvero nel mondo in cui egli visse: un gran numero di guaritori carismatici erravano per il Medio oriente a quanto pare, e in questo senso Gesù era una figura familiare sul proscenio del Mediterraneo dell’epoca. Gesù sembra scoraggiare i suoi uditori dal trattarlo come un esponente di tale categoria semplice e familiare – un ulteriore guaritore carismatico – e pare sfidarli a riconoscere cosa vi è di unico nella sua missione

Vai al libro: R. Williams, Il Dio di Gesù nel Vangelo di Marco