Chiamati a essere nuove parole per Dio…

Azione e contemplazione
Azione e contemplazione
Il poeta e/o il contemplativo diventa egli stesso una nuova parola per Dio. Nell’atto di sfida e di sospensione della volontà, dell’ego che vuole controllare, la vita, l’identità concreta del poeta e del contemplativo, diventa essa stessa parola, comunicazione. È Dio in azione. E mi rivengono in mente alcune parole di Merton in una lettera: “La gloria [di Dio] in me consisterà nel ricevere da me qualcosa che non potrà mai ricevere da nessun altro, perché è un suo dono a me che non ha mai fatto né mai farà a nessun altro”.

Noi siamo chiamati a essere nuove parole per Dio in quel senso. E celebriamo Merton in parte a motivo della convinzione, che le vite di alcune persone diverranno parole per Dio in maniera molto particolare. Questa vita, questa identità, questo volto, questa voce, questa “tonalità” di essere, diviene una parola da Dio a noi, un parola che Dio ci rivolge.

La poesia e la contemplazione, identificando, abbozzando o indicando cosa potrebbe voler dire per Dio trovare parole nel mondo, in maniera analoga sfidano altri generi di parole per Dio: quelle antiche, quelle sicure, quelle che denotano pigrizia, quelle utili. Ed è qui che il poetico e il contemplativo si ricongiungono con il profetico, poiché il profetico riguarda interamente la diagnosi di parole morte e atti falsi.

Il compito profetico consiste nell’annusare la morte che si cela in una data situazione … Questo non significa che privilegiamo la mancanza di articolazione o addirittura il silenzio. Ma vuole tuttavia dire che il linguaggio poetico e quello contemplativo, lo sforzo teso a cercare nuove parole per Dio e a comprendere la natura della scrittura religiosa, dello scrivere come attività religiosa, non è altro che un’impresa profondamente autocritica, un vivere sotto giudizio.

E ciò non è che un ulteriore modo per dire che queste sono attività che non possiamo iniziare ad afferrare o a stringere in alcun modo tra le mani senza un senso vivido e a volte ricco di timore di ciò a cui esse possono portare. Il poeta e il contemplativo vivono sotto un cielo molto ampio, che talvolta è un cielo notturno. Il tentativo di costruire rifugi o di scavare buche, di tracciare utili mappe della volta celeste che consentano di orientarsi, è una seduzione sempre presente. La cosa più importante che possiamo fare, forse, se siamo anche solo minimamente interessati al linguaggio della poesia e della contemplazione, è piazzare delle targhette di avvertimento sulle nostre panche, i nostri altari e i nostri inginocchiatoi; consci tuttavia, allo stesso tempo, che non si tratta di moniti riguardanti le punizioni in cui potremmo incorrere in caso di errore, ma di promemoria di come sia facile diventare prigionieri di quella volontà desiderosa di controllare che amiamo e alimentiamo, e di quanto sia terribile una prigione di tal genere per qualsiasi uomo.

Rowan Williams, Azione e contemplazione