“Il tuo amore vale più della vita” (Sal 63,4)

Imparare a pregareLa tua benevolenza vale più della vita”: è il grido di giubilo dei miseri e degli abbandonati, di chi è in pena e di chi porta un peso oberante; è l’urlo di desiderio dei malati e degli oppressi; è il canto di lode dei disoccupati e degli affamati nelle grandi città; è la preghiera di ringraziamento dei pubblicani e delle prostitute, dei peccatori pubblici e privati. Bene, ma lo è davvero? No, non lo è, quantomeno non nel nostro mondo, nel nostro tempo. Lo è per lo strano mondo della Bibbia, che nella sua estraneità ci spaventa e ci irrita nella misura in cui prestiamo ancora ascolto alla sua parola e non siamo diventati insensibili alla sua realtà. Oppure questa parola non ci sembra affatto così strana? Forse crediamo che sia proprio un’autentica ovvietà? Queste cose sarebbero già del tutto entrate nella viva carne di un cristiano? No, per questo vogliamo iniziare a vedere che cosa il nostro salmo dica qui veramente e se ciò sia per noi davvero così ovvio.

Nella vita del nostro salmista è accaduto a un certo punto qualcosa di decisivo: è stato quando Dio è entrato nella sua vita e da allora la sua vita è cambiata. Non intendo dire che improvvisamente egli sarebbe diventato buono e pio, può darsi che lo fosse già da tempo. Ma in quel momento Dio stesso era arrivato e si era rivolto a lui, e soltanto il fatto che Dio gli fosse sempre accanto e che egli non se ne sia separato più, questo ha reso la sua vita così particolare. La sua esistenza è stata lacerata a metà. Qualcosa in lui si è dischiuso, egli si sente scisso, nel suo intimo si accende una battaglia che di giorno in giorno diventa più accanita e terribile ed egli sente come, di ora in ora, dal suo interno venga sradicato sempre più ciò in cui ha creduto. Egli combatte perché vorrebbe conservarlo; ma Dio, che gli sta sempre di fronte, glielo ha preso a forza e non lo restituisce. E quanto più egli perde, con tanta più forza e avidità afferra ciò che ancora gli resta; ma con quanta più forza stringe il suo possesso, con tanta più durezza Dio deve colpire e tanto più violento è il dolore nella separazione. E così si procede in una lotta a perdifiato, dove Dio vince e l’uomo cede; egli non sa ancora dove questo porterà, si vede perduto, non sa se odiare o amare colui che con tale violenza ha fatto irruzione nel suo intimo e ha distrutto la sua pace. Si fa estorcere ogni pedaggio, cede disperato alle armi di Dio. E se tutto ciò non fosse per lui così privo di speranza, queste armi non sarebbero tanto prodigiose e strane, per il fatto che esse fanno a pezzi e confortano, feriscono e tuttavia guariscono, uccidono e tuttavia ravvivano. Dio dice: “Se vuoi la mia grazia, allora fammi vincere su di te; se vuoi la mia vita, allora lasciami odiare e fare a pezzi la tua natura malvagia; se vuoi la mia benevolenza, allora fammi prendere la tua vita”. E poi ecco il momento conclusivo. Tutto è andato perduto, soltanto una cosa è rimasta all’uomo; e questa, la sua vita, egli vuole trattenerla. Ma Dio non può fermarsi, egli assalta quest’ultimo bastione. E la battaglia infuria attorno a quest’ultimo fronte; l’uomo si difende come un pazzo: “Dio non può volere questo, non può volermi prendere quest’ultima cosa, Dio non è crudele, Dio è benevolo”. E gli giunge in risposta: “Se vuoi la mia benevolenza, allora dammi l’ultima cosa che possiedi, la tua vita. Scegli!”.

Dietrich Bonhoeffer, Imparare a pregare