Beati e viventi

Paradossi del Vangelo
Paradossi del Vangelo
Cerchiamo di ascoltare le beatitudini tentando di individuare cosa dicono dell’esistenza dell’uomo nel mondo le parole qui radunate e articolate le une alle altre in modo così paradossale. Associandole liberamente si potrà far emergere un senso che illumini di luce particolare questo o quell’aspetto dell’esistenza umana nel mondo.

Traduciamo makários con il termine “vivente”, con un rimando non alla nozione di vita biologica, ma a quella che potremmo chiamare vita “psichica” o “spirituale”, quella che proviene dal soffio vivente che Dio insuffla in ogni uomo. “Viventi” sono coloro che non sono pieni di se stessi, delle loro ricchezze materiali o intellettuali, ma che hanno lasciato che si scavasse in loro uno spazio per l’avvento di qualcosa d’altro rispetto a ciò che già esiste e che essi padroneggiano. In altri termini, “vivente” significa aperto, disponibile alla vita del desiderio dentro di sé. Intesa in tal senso, ogni beatitudine apre a una dimensione “altra”, che instaura un modo nuovo di essere uomini.

Viventi i misericordiosi” (Mt 5,7)

I misericordiosi sono coloro che sono in grado di ascoltare l’altro, senza accorgersene e rendersi conto che l’hanno fatto (cf. 6,2-3): costoro a loro volta troveranno ascolto. Misericordioso è colui che si lascia toccare dalla debolezza dell’altro. La misericordia non è pietà, è un dono fatto nel segreto (cf. 6,3-4); solo il Padre sa ciò che hai donato o che l’hai fatto e lui solo “ti renderà” (6,6). Usciamo dalla logica della reciprocità. Il Padre è presente come terzo. Chi fa misericordia a sua insaputa, e non per averlo deciso, non si identifica con l’immagine del misericordioso. Né reciprocità, né identificazione con un’immagine. Viventi, voi che potete essere misericordiosi.

Viventi siete voi … a causa di me” (Mt 5,11)

L’interpretazione cristologica qui è esplicita: “a causa di me”. Ci può essere un odio che si scatena contro il vivente, un odio contro il desiderio. Ma felici coloro che ne sono oggetto, perché lo sono per il fatto di essere viventi della vita in Cristo. “A causa di me” è la relazione vivente che resiste a venti e maree. La persecuzione non verte sull’io (l’immaginario), ma sull’Altro, grazie al quale io sono figlio di Dio: la persecuzione ha di mira il soggetto che è la verità dell’essere umano. Questa relazione vivente può essere minacciata, perseguitata. L’essenziale allora è rallegrarsi non di essere perseguitati, ma di quell’“a causa di me” che unisce il soggetto vivente al suo fondamento. La ricompensa promessa non è da ricercare nella persecuzione o nel sacrificio, ma nei suoi effetti di gioia: è ricompensa nei cieli. Essa non obbedisce alla logica del benessere mondano. È costituita da elementi che si collocano in un altrove (“nei cieli”). Neanche la morte può vanificare questo altrove.

Élian Cuvillier, Paradossi del vangelo