In bilico tra nascita e morte

Giuseppe Penone, Foglie di Pietra, 2017, Roma
Giuseppe Penone, Foglie di Pietra, 2017, Roma

Se devo essere sincero non cerco più Dio. Da tempo. L’ho cercato. Ne ho spiato le mosse. L’ho atteso. Ho sperato in lui, “con cuore fiero e sguardo ambizioso” (cf. Sal 131,1). L’ho rincorso passando da un libro all’altro, dalle sessioni ai ritiri, dai metodi alle ricette. In realtà cercavo “cose grandi” e “meraviglie più alte di me” (Sal 131,1). Mi sono stancato. I miei occhi si sono logorati. Ora non lo cerco più.

Da tempo Dio non è più il mio primo pensiero al mattino. Posso azzardarmi a dire che, in sé, non m’interessa più? Se voglio essere sincero devo dirlo. Lo dico nel senso che normalmente si mostra interesse quando si prevedono benefici e vantaggi. Da molto tempo non lo prendo più in considerazione, non faccio pronostici.

Non mi aspetto più nulla da lui.

L’avevo vincolato ai miei desideri e ai miei sogni; l’avevo confuso con i fantasmi provenienti dal profondo della mia fragilità; me l’ero costruito come una risposta che colma la mia solitudine. Le immagini che mi facevo di lui si confondevano con quelle di me stesso.

L’ho cercato al di là dell’umano. Nella religiosità. Invano. L’ho anche inseguito portando avanti mille progetti: uno non era ancora terminato che già se ne affacciava un altro. Mi sono stancato. Mi hanno detto che era faticoso starmi dietro. Nella mia corsa sfrenata mi è parso di scorgerlo da dietro. Ho tallonato la sua ombra. Non era che illusione. Come un miraggio.

Hanno fatto di me un personaggio, un religioso, una personalità, un uomo di Dio: ho lasciato fare senza opporre resistenza. Ci ho persino creduto. Mi sono preso sul serio: ministro, mediatore, uomo di chiesa. E per alcuni sciamano. E pensavo di poter ambire al palco d’onore.

Ho atteso ansiosamente l’approvazione altrui come riconoscimento per il mio itinerario di vita. Guardavano a me come a una persona in ricerca. Alcuni si fidavano solo di me: ero colui del quale avevano bisogno. Mi sentivo bene nelle vesti del vicario episcopale, del responsabile, dell’accompagnatore, del consigliere, del fondatore, e via di seguito… Queste immagini gratificanti facevano parte del mio essere. Vapore e vanagloria nutrivano l’ego: ci ho rinunciato. O per lo meno lo vorrei …

Non sapete quale sarà domani la vostra vita! Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare (Gc 4,14).

Per farlo ho dovuto passare attraverso il crogiolo di un piccolo monastero benedettino, nascosto in fondo a un bosco, a pochi chilometri da Bruxelles. Cosa mi ci ha condotto? Una serie di intuizioni.

L’intuizione che, dopo essermi dato da fare per quindici anni al di là del ragionevole, dovevo fermarmi. Non volevo più saperne di fughe in avanti. Ero ubriaco. Non volevo fare carriera. Non volevo più che mi sequestrassero.

L’intuizione che dovevo prendere le distanze ...

Infine l’intuizione più essenziale e vitale, una sorta di necessità interiore: volevo lasciarmi riafferrare, riguadagnare, contagiare di nuovo dal fascino della vita monastica che da quando sono prete non mi ha mai realmente abbandonato. Da sempre sono curioso della vita che fanno i monaci; ho sempre avuto il desiderio di varcare la porta che si richiude dietro di loro, e di cercare di comprendere. Forse anche di lasciarmi plasmare e attirare. Sono andato in quel luogo animato dal desiderio imperioso di cambiare ritmo, di permettere a Dio di prendere nella mia vita il posto che gli spetta, di lasciare che la Parola parli, di trovare nell’ambito ristretto di poche fedeltà elementari una certa unificazione interiore; un forte desiderio di gustare, nella lode, un’esistenza più semplice.

Dal momento che Dio non mi parlava più, mi sono messo a gridare: non sapevo che ci fosse questa rabbia in me.

Per giorni, settimane e mesi, lungo i sentieri fangosi del Bosco dei sogni, nella cappella interna del monastero o aggrappato alle pagine dei libri che divoravo, ho urlato: “Ma dove sei?”. Con tutta l’anima.

L’eco mi rispondeva: “Sei?”… Non mi ero mai posto veramente la domanda. Mi è tornata indietro con una violenza rara. Mi ha liberato da me stesso.

Il silenzio di Dio ha disciolto le mie certezze come neve al sole. Le parole che mettevo su di lui sono scoppiate come bolle di sapone. Mi sono ritrovato nudo e muto, stravolto, sul ciglio di un’assenza. Su uno spartiacque tra nascita e morte, tra origine e fine.

Sono qui. Per cosa? Per chi? Gli anni passano. I miei giorni se ne vanno. A che serve vivere?

Raphaël Buyse, Un Dio diverso, Edizioni Qiqajon, Magnano 2020


Per approfondire:
M. Delbrêl, La gioia di credere, Gribaudi, Milano 1994.
J.-M. Ploux, Dio non è quel che credi, Edizioni Qiqajon, Magnano 2010.

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