Quanti alfabeti compongono la nostra vita?

Jaume Plensa (Spagna, nato nel 1955) Spiegel (specchio), Acciaio inossidabile dipinto, 2010. Due statue di 3,5 metri di altezza
Jaume Plensa (Spagna, nato nel 1955) Spiegel (specchio), Acciaio inossidabile dipinto, 2010. Due statue di 3,5 metri di altezza

Jaume Plensa (Spagna, nato nel 1955), Spiegel (specchio), acciaio inossidabile dipinto, 2010, due statue di 3,5 metri di altezza,
scelto per la copertina del libro La parola amica di Giovanni Grandi.

Plensa è un artista spagnolo contemporaneo molto stimato e certamente famoso per le sue installazioni di grandi dimensioni. Soffermeremo il nostro sguardo su quella scelta per la copertina di Giovanni Grandi, La parola amica. La copertina ci inganna: in realtà le statue sono due, una di fronte all’alta. C’è quindi un dialogo in corso del quale noi siamo gli spettatori. 

Queste grandi sculture utilizzano uno stratagemma visivo molto interessante. Possiamo approcciarci ad esse in due modi. Si può coglierne prima il particolare, quindi fermare il nostro sguardo sulle lettere dell’alfabeto che le compongono e poi identificarne la forma complessiva che è quella di una persona accovacciata. Oppure, un secondo modo in cui il nostro sguardo può avvicinarsi a questo lavoro è quello di osservare prima la figura d’insieme e poi scoprire che è fatta di singole lettere accostate.

La tecnica con cui Plensa riesce a far lavorare il nostro sguardo è quella di lasciare le sue statue leggere; avrebbe potuto scegliere di produrle in tutto il loro volume, imprimendo poi le lettere, invece sceglie di fare in modo che le lettere siano il soggetto. In questo modo la statua pur essendo monumentale (alta tre metri e mezzo) diventa semi-trasparente, si fonde con il paesaggio obbligando il nostro sguardo a doverci soffermare, a non andare oltre verso l’orizzonte. 

Ci arrivano contemporaneamente due informazioni: le lettere che la compongono e la forma che le lettere assemblandosi riproducono, dobbiamo scegliere quale cogliere per prima e poi cedere il passo a un’ulteriore riflessione su quello che manca e che ancora non ci torna. Questo rende l’opera una calamita di attenzione da parte nostra finchè non risolviamo l’intrigo tra i pezzi e la totalità.

In questo modo Plensa ci sta guidando a riflettere sul nostro essere fatti di parole. Siamo fatti delle parole che diciamo, di quelle che non diciamo (che restano all’interno e in questo caso lo sguardo contempla anche quelle), di quelle che sono tra noi e gli altri. Il mondo che costruiamo assieme, anche quello è fatto anche dalle nostre parole. Plensa fa entrare il mondo direttamente nelle statue “ricamandole” con le lettere intagliate.

Le lettere con le quali sono formate le due statue non sono dello stesso alfabeto, appartengono a diverse culture, diversi modi di “raccontare il mondo”. Sono così le storie di ognuno di noi, si incrociano nelle nostre storie gli alfabeti degli altri, anche di lingue che non conosciamo, ma che ci giungono grazie alla traduzione di altri in parole e gesti. Plensa quando racconta il suo lavoro parla dell’idea di abbattere le frontiere. In effetti ogni nostra storia è l’abbattimento di frontiere: non possiamo fare tutto da soli, l’altro con le sue parole e la sua presenza può essere per noi veicolo per una nuova apertura.

Le statue sono poste in dialogo, una di fronte all’altra. Abbiamo accennato al fatto che la tecnica utilizzata ci fa dimenticare la monumentalità delle proporzioni dell’opera, anzi la rende intima. Anche la posizione che le due statue assumono, rannicchiate in una posizione infantile, ci suggerisce che c’è qualcosa di intimo nel dialogo tra i due personaggi.

Anche questa è una riflessione sulla quale Plensa ci richiama: i due “stanno dialogando” e la posizione ci dice che sono in intimità. Però tutto ciò ce lo fanno dedurre i nostri occhi: noi non “vediamo” il dialogo, ma i due personaggi sono essi stessi “fatti” di questo dialogo, delle parole che nasceranno componendo le lettere di cui sono ricamati. Infatti le lettere non formano parole, ma la possibilità che - componendosi - queste arrivino all’altro.

Un altro elemento interessante: entrambi i personaggi non hanno volto. Le lettere contribuiscono a formare i loro corpi, ma non i loro volti. Si “specchiano”, come dice il titolo dell’opera, l’uno nell’altro in un dialogo che mano a mano li costruisce in attesa di determinare anche i loro volti. È come se si stessero costruendo a vicenda dialogando, e noi stiamo assistendo al loro costruirsi assieme.

Un ultimo spunto è offerto dalla capacità di questo lavoro di assumere una connotazione diversa con il calar del sole. Le sculture sono illuminate dall’interno rendendo ancora più interessante la trama di cui sono intessute, che si presenta al nostro sguardo per sottrazione. A questo si aggiunge il gioco del chiaroscuro che si forma tra le lettere scure, da un lato e quelle illuminate che si frappongono negli spazi lasciati liberi, dall’altro, e accanto a tutto questo vi è il mutare del paesaggio che cambia con l’oscurità. Una piacevole composizione di tecniche ben utilizzate per ottenere un effetto non solo gradevole agli occhi, ma che anche vuole attraverso di essi raggiungere i nostri pensieri e farci riflettere.

Di quali parole siamo fatti? Di quali parole siamo capaci? Quanti alfabeti compongono le nostre vite?

Concediamoci il buon tempo della lettura della copertine e delle pagine che seguono.

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