Un incontro che cambia la vita

Photo by Jon Tyson on Unsplash
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Vi proponiamo oggi un brano tratto da un racconto poco noto di Lev Tolstoj, il grande scrittore russo (autore di capolavori come Guerra e pace, Anna Karenina, Padre Sergij, eccetera).

Il racconto avrà una svolta finale che illumina tutta la vicenda a ritroso… un po’ come avviene per le nostre vite. Ed è per questo che ve lo proponiamo, proprio adesso che il Natale si avvicina: è l’occasione buona per ripensare all’essenziale, a ciò che dà valore all’esistenza.

La storia è molto semplice: si racconta di un calzolaio e di sua moglie, che vivono molto poveramente. Non hanno una casa propria, né un campo proprio, vivono solo del lavoro da calzolaio di Sëmen e possiedono una vecchia pelliccia spelacchiata per proteggersi dal freddo invernale. Il racconto comincia in autunno inoltrato, quando il calzolaio decide di comprare una nuova pelliccia: va in paese, ma non può acquistarla perché non ha soldi sufficienti; allora tutto triste riprende la strada del ritorno senza la pelliccia e…


… Arriva il calzolaio alla cappella che c’è alla curva, e guarda, proprio dietro alla cappella c’è qualcosa di bianco. Stava già facendo buio. Ci guarda meglio, il calzolaio, e però non riesce lo stesso a distinguere cos’è. “Sarà una bestia? Ma non somiglia mica a una bestia. Di testa somiglia a una persona, ma come mai è bianco? E che ci fa una persona qua?”.

Si avvicinò e lo vide bene. Che cosa strana: era proprio una persona, non si capiva se viva o morta, era uno che se ne stava lì tutto nudo, appoggiato alla cappella, e non si muoveva. Ebbe paura il calzolaio; pensò: “Qua qualcuno ha ammazzato una persona, l’ha spogliata e l’ha buttata lì. Se mi avvicino, poi va a finire che non me ne tiro più fuori”.

E passò oltre, il calzolaio. Si lasciò alle spalle la cappella, e non la vide più quella persona. Passò oltre la cappella; si voltò e vide che l’uomo si era scostato dalla cappella, si muoveva, pareva quasi che lo guardasse. Si spaventò ancora di più, il calzolaio; e pensa: “Vado lì o proseguo? Se ci vado, magari va a finire male: chi lo sa chi è quello lì? Non è mica per qualche cosa di buono che è andato a finire lì, no? Io mi avvicino e lui magari salta su e mi strozza, e non gli scappi più. E anche se non mi strozza, come te la sbrighi con uno così? Che ci fai, tutto nudo com’è? Mica posso togliermi io i vestiti e dargli le ultime cose che ho. Macché, mi scampi Iddio e via svelto!”.

E il calzolaio affrettò il passo. Stava già lasciandosi dietro la cappella, ma la coscienza gli rimordeva.

E si fermò, il calzolaio, in mezzo alla strada. “Ma Sëmen, che stai facendo?”, dice a se stesso. “Lì c’è uno che muore nella disgrazia, e tu ti sei spaventato e te ne vai per la tua strada. Cos’è, sei diventato troppo ricco? Hai paura che ti portino via tutte le tue ricchezze? Ah, Sëmen, non è bene far così”.

Sëmen si voltò e andò da quella persona.

Sëmen si avvicina all’uomo, lo guarda bene e vede: è un uomo giovane, in forze, non ha segni di botte sul corpo, solo che si vede bene che è tutto intirizzito e spaventato; se ne sta lì appoggiato e non guarda verso Sëmen, come se fosse talmente debole da non riuscire nemmeno ad alzare gli occhi. Gli si fece vicino, Semen, e a un tratto, come se si fosse ripreso, l’uomo alzò la testa, aprì gli occhi, e guardò Sëmen. E da quello sguardo quell’uomo piacque a Sëmen. Allora gettò a terra i valenki, si tolse la sua cintura di stoffa, gettò la cintura sui valenki, si tolse il caffettano.

“Bata star qua a pensare!”, dice. “Vèstiti, no? Dai, forza!”.

Prese l’uomo di sotto il gomito, provò a farlo alzare. E l’uomo si alzò. E vede, Sëmen, che il corpo ce l’ha fine, pulito, le mani e i piedi non sono sgraffiati, e il volto è bello. Sëmen gli gettò il caffettano sulle spalle, ma l’uomo non riusciva a infilare le maniche. Sëmen gli guidò le braccia, gliele infilò, abbottonò il caffettano e gli legò ben stretta la cintola.

Sëmen si tolse il suo berretto lacero, voleva metterlo in testa all’uomo nudo, ma sentì freddo alla testa, e pensa: “Io ce l’ho tutta calva la testa, e lui invece ha capelli ricci e lunghi”. Se lo rimise. “Meglio che gli metta gli stivali”. Lo fece sedere e gli infilò gli stivaloni di feltro. Lo calzò, il calzolaio, e poi dice: “Ecco qua, fratello. Dai, sgranchisciti un po’ e scaldati. E gli affari li sbrigheranno anche senza di noi, eh? A camminare ci riesci?”.

Sta lì in piedi, l’uomo, e guarda con tenerezza Sëmen, ma a parlare non ci riesce.

“Eh, ma perché non parli? Mica dobbiamo passare l’inverno qua. Bisogna andare a casa. Su, forza, ecco qua il mio bastone, appoggiatici se non riesci a star su. Sai, muovi le gambe!”.

E l’uomo camminò. E camminava agile, non restava indietro.

Vanno lungo la strada, e dice Sëmen: “Tu, insomma, di chi sei?”.

“Non sono di qua”.

“Be’, quelli di qua li conosco, io. E com’è che sei finito qua alla cappella?”.

“Non posso dirlo”.

“Ti avrà fatto del male qualcuno, eh?”.

“Nessuno mi ha fatto del male. È stato Dio che mi ha punito”.

“Ah, questo si sa, è sempre Dio che fa tutto. Però da qualche parte bisogna pure andare, no? E tu dov’è che devi andare?”.

“Per me fa lo stesso”.

Si stupì, Sëmen. A vederlo, non sembrava uno di quelli che fanno a botte, e parlava dolce, però non diceva niente di chi era e da dove veniva. E pensò Sëmen: “Mah, ne capitano tante di cose”, e dice all’uomo:

“Allora andiamo a casa mia, così almeno te ne vieni via di lì, pian pianino, eh?”.

E cammina, Sëmen, e il pellegrino non gli rimane indietro, cammina accanto a lui. Si levò il vento, fece venire i brividi a Sëmen sotto la camicia, e cominciò a passargli l’ubriacatura, e cominciava a sentir freddo. E così cammina, tira su con il naso, si tiene stretta sul petto la sua giubbetta da donna e pensa: “Eccotela la pelliccia, sono andato a prendere la pelliccia, e torno a casa senza caffettano e per di più porto dietro un tizio nudo. Ah, non mi loderà certo, Matrëna!”. E non appena pensava a Matrëna, si sentiva triste. Ma poi, appena si volgeva verso il pellegrino, e si ricordava di come lui l’aveva guardato là vicino alla cappella, subito gli si ravvivava il cuore.

Lev Tolstoj, Cosa fa vivere gli uomini (1885)


Per approfondire:
Lev Tolstoj, Cosa fa vivere gli uomini, Marcovalerio Editore, Cercenasco 2019.
Luciano Manicardi, La fatica della carità, Edizioni Qiqajon, Magnano 2010.
Lev Tolstoj, Tutti i racconti, Mondadori, Milano 2000.

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