Distruggere le false immagini

Max Ernst, La Vergine che castiga Gesù bambino davanti a tre testimoni: André Breton, Paul Éluard e l’autore, 1926, olio su tela, 196 x 130 cm, Colonia, Museum Ludwig
scelto per la copertina del libro Contro la religione di Christos Yannaras.


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Il lavoro di Ernst ha suscitato scandalo quando fu presentato. All'interno del surrealismo la ricerca dell’eccentrico è sempre stata una regola di base, ma in questo caso l’estro si Ernst aveva toccato un tasto difficile da battere.

La composizione del lavoro è molto semplice: all’interno di un ambiente più ideale che reale, una donna sculaccia il suo bambino. La particolarità di questa rappresentazione è che la mamma e il bambino in questione sono Maria e Gesù, che nella rappresentazione artistica classica vengono sempre raffigurati come emblema dell’amore materno e della risposta filiale.

I riferimenti artistici utilizzati da Ernst sono numerosi: innanzitutto la composizione del dipinto fa emergere in maniera preponderante la figura di Maria, imponente e maestosa. Lo sfondo ricorda le quinte architettoniche dei quadri di De Chirico e, andando più indietro, le strutture “a scatola” di Giotto. Questo riferimento è interessante poiché uno degli episodi dell'inizio del vangelo, l’annunciazione, viene di solito rappresentato all’interno di una casa a scatola, all’esterno della quale “origlia” una serva. Anche in questo caso ci sono dei testimoni dell’accaduto: l'artista stesso e due suoi colleghi e amici, André Breton e Paul Éluard. La loro presenza non è soltanto la firma dell’opera, ma anche l’attestazione della veridicità dell’accaduto nell'intenzione di Ernst.

La figura della madonna dialoga con le possenti donne rappresentate da Michelangelo nella cappella Sistina, e anche l'abito che indossa ricorda in maniera diretta quelli che Michelangelo pone sulle sibille della volta. Lo stesso vale per il cubo sul quale si svolge la scena: anche questi seggi compaiono più volte nelle rappresentazioni michelangiolesche, quasi a voler portare la pittura a divenire scultura su un piedistallo.

Tutto il quadro è pensato in modo che la nostra attenzione converga verso l’atto di riprendere il figlio da parte della madre. Una rappresentazione della vita di Cristo troppo irriverente ai nostri occhi. Ma, fugati i pensieri di irrisione e di furia iconoclasta rispetto a questo quadro, non vale forse la pena chiedersi: la nostra idea di Dio non corre il rischio di essere troppo ristretta? Se il Signore è davvero l’Alfa e l’Omega quindi il principio e la fine, non risulta troppo semplicistico rinchiuderlo in uno schema? Ogni schema corre il rischio di irrigidirsi, di porre confini insuperabili che creano uno spazio tra “noi” dentro e “loro” fuori. E se il Signore, invece, si manifestasse in tutto quello che lasciamo fuori? Ce lo dice anche il Signore stesso:

«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. (Mc 9,38-41).

Pure un bicchiere d’acqua può essere rappresentazione dell’infamia di Gesù, certamente eccentrica, ma anche molto umana.

Il cristianesimo è un nuovo modo di esistenza nella comunione: l’istinto religioso ha sempre cercato, però, di impadronirsene e di farne un’istituzione religiosa. I sintomi di questa istituzionalizzazione sono evidenti: la fede come ideologia, l’esperienza della salvezza come fatto psicologico, la salvezza come merito individuale, l’eucaristia come rito sacro, l’arte asservita alle impressioni, l’eclisse della parrocchia, l’idolatria della tradizione, la demonizzazione della sessualità. Tutto ciò cerca di portare alla nostra riflessione Christos Yannaras nel libro per il quale è stata scelta questa immagine come copertina.

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