Il dialogo con l’Islam, un’occasione offerta ai cristiani


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La Stampa, 24 settembre 2006

Tra gli effetti collaterali della globalizzazione e della immediata e universale diffusione delle informazioni, vi è anche il dato che tempi, luoghi, strumenti e modalità della comunicazione e del dialogo sfuggono più facilmente ad attente programmazioni e a precisi protocolli e ordinamenti, e si susseguono con ritmi e semplificazioni che a volte mortificano il testo e il contesto del dialogo stesso. Così vignette e slogan nelle piazze, citazioni inadeguate e ragionamenti complessi, processi pluriennali di confronto ed esternazioni occasionali si ritrovano mescolati e livellati in una sorta di sonno della ragione che, come sovente accade, finisce per generare mostri.

In questo modo il compito di chi ricerca con sincerità il dialogo si fa difficile: come purtroppo sappiamo bene, infatti, un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce. Eppure il dialogo resta un’istanza che abita l’immensa maggioranza degli abitanti del pianeta terra, divenuto villaggio globale: un’istanza ineludibile nella nostra vita quotidiana, fatta ormai di un intreccio di esistenze tra simili e diversi. Per questo lo chiediamo a chi ha autorità e autorevolezza all’interno del proprio mondo religioso e culturale, e lo pratichiamo ciascuno nel proprio ambito per cercare di tradurre un dato sociologico irreversibile in nuove articolazioni della convivenza civile, della giustizia e del rispetto dei diritti di ogni persona. Il nostro vissuto, infatti, non è determinato da proclami o da scontri di civiltà, ma dall’intersecarsi quotidiano di rapporti personali e familiari, di lavoro, di svago, di attese e di fatiche per un futuro migliore per sé e per le generazioni a venire.

Ed è proprio in questa quotidianità, mai banale ma esistenziale, che sperimentiamo la necessità vitale del dialogo con chi è “altro” per cultura, tradizione, etnia, religione. Ignorarlo significa accumulare tensioni che non tarderebbero a esplodere; sfuggirlo per imboccare la scorciatoia dello scontro, magari combattuto in nome della religione, porta solo a sofferenze reciproche e a una manipolazione di Dio stesso, preso in ostaggio tra i belligeranti e strumentalizzato. Sì, questo è il vero dramma per i credenti: Dio vittima di una strumentalizzazione. E in questi giorni anche il papa finisce per essere strumentalizzato da parte degli integralisti, sia musulmani che cristiani, e da parte di politici che colgono opportunisticamente l’occasione delicatissima per mostrarsi difensori dell’identità occidentale e cristiana. Ma con le sue parole a Ratisbona il papa non si è posto quale difensore dell’occidente – come potrebbe farlo chi ha un mandato pastorale per l’intera cattolicità? - né ha dato appoggio a quanti in occidente demonizzano l’islam e lo elevano a Nemico.

Tutta la chiesa cattolica – e papa Benedetto XVI ne è il più risoluto interprete, come ha mostrato nell’udienza generale di mercoledì 20 settembre – oggi, alla domanda “Che cosa ha portato di nuovo l’islam?” risponde, con il concilio Vaticano II, che ha portato “un ripudio di molti idoli, per la fede e la conoscenza del Dio unico e vivente” e un messaggio che, come ha ricordato appunto il papa, vuole “per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”. E se nella storia delle religioni vi sono state e vi sono aggressioni, intolleranza e violenza, “sappiamo – scriveva Benedetto XVI nel messaggio per l’incontro interreligioso di Assisi a inizio settembre – che le manifestazioni di violenza non possono attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo. Quando però il senso religioso raggiunge una sua maturità, genera nel credente la percezione che la fede in Dio, Creatore dell’universo e Padre di tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità”.

E’ per superare questi “limiti culturali” che va perseguito con tenacia il dialogo intelligente. E tra cristianesimo e islam il confronto è particolarmente complesso, carico di quattordici secoli di storia, in cui si sono conosciuti periodi di violenza e di guerra ma anche stagioni di convivenza pacifica, di tolleranza quando addirittura non di fecondo intreccio delle rispettive conoscenze filosofiche e scientifiche. Ai nostri giorni, dopo la tragica svolta epocale dell’11 settembre 2001, l’occidente ha visto emergere una islamofobia prima latente, mentre l’opzione di guerra senza tregua imboccata come risposta dagli Stati Uniti, ha suscitato in larghe fasce della popolazione musulmana un antiamericanismo viscerale che a volte sfocia in inimicizia nei confronti dell’intero occidente. Dobbiamo rifiutare fermamente questa deriva fondamentalista guerriera, contraddizione a tutti i principi basilari delle nostre civiltà, siano essi la Carta delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Costituzione della nostra repubblica, per non parlare del vangelo di Gesù Cristo e del cuore stesso dell’autentica spiritualità islamica che, secondo le parole del rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubaker, “è negata dall’islam politico quando giustifica violenza e attentati, quando predica il conflitto con l’occidente, quando invoca lo scontro di civiltà”.

Il dialogo con l’islam deve continuare a essere un’occasione offerta a cristiani, credenti di altre religioni e non credenti, per edificare una società contrassegnata da un senso della fraternità universale, da un rispetto dei diritti umani e da una volontà di pace. E’ con il dialogo e non con il muro contro muro che anche i musulmani presenti nei paesi occidentali possono essere aiutati – proprio grazie alla loro condizione di minoranza rispettata in stati di cui riconoscono la legittimità e la legalità del diritto – a elaborare nuove modalità di comunione con la Ummà musulmana. “L’islam dei musulmani di oggi – ha osservato Olivier Roy, uno dei più acuti islamologi contemporanei – non è un’isola culturale, è un fenomeno globale che subisce la globalizzazione e ne partecipa: secolarizzazione e ritorno alla religione, neofondamentalismo e globalizzazione, perdita dell’evidenza religiosa ed emergenza di una religione”.

E’ solo nel dialogo che si possono affrontare anche interrogativi di fondo, come quello che riguarda la possibilità o meno per l’islam di usare la critica storica e le scienze esegetiche nei confronti dello “sta scritto” del Corano e della sua tradizione. I musulmani ritengono “increato” il testo del Corano, ma questo non impedisce loro di cogliere alcuni passaggi come riflessioni storicamente datate e quindi, suscettibili di riletture, anche alla luce dei metodi forniti oggi dalle scienze umane: “Il Corano non si spiega da solo – osserva Soheib Bencheick, già gran muftì di Marsiglia – non tiene conferenze, non parla. Ci sono uomini e donne che lo interpretano: se le interpretazioni sono diverse, tanto meglio, a condizione che nessuna di esse si imponga sulle altre fino a proibirle”. E non dimentichiamo che l’ermeneutica, antidoto alla lettura fondamentalista di cui si nutrono tutti gli integralisti, di qualunque religione, interpella allo stesso modo quanti in ambito cristiano dissotterrano oggi le armi della guerra di religione che credevamo ormai appartenere agli angoli più bui del nostro passato.

Sì, la grande sfida che attende i fautori del dialogo è quella di evitare una lettura delle differenze, anche profonde, come scontro tra il bene e il male, di rifuggire l’identificazione tra un islam astratto e l’incarnazione del male, di rifiutarsi di demonizzare l’altro. Per riuscire in questa impresa, ciascuno deve fare appello alla ragione di cui tutti sono muniti e che, nel suo fecondo intrecciarsi con i dati della rivelazione, ci riconduce sulle vie del pace e della fratellanza umana.

Enzo Bianchi