Guardare al deserto dei chiostri


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Avvenire, 15 ottobre 2006

In questa stagione ecclesiale segnata dalla “crisi”, da una diminuzione degli appartenenti alle chiese cristiane nelle terre di antica cristianità come l’Europa, anche la vita religiosa conosce difficoltà e vede assottigliarsi il numero dei suoi membri. Ma va detto subito con chiarezza: non si tratta di una decadenza spirituale della vita religiosa, ma solo di un tragitto di diminuzione e di povertà. Così ogni anno l’età media dei membri è sempre più alta, si devono chiudere istituzioni e case, mentre i noviziati sovente sono vuoti. C’è chi, osservando l’attuale tendenza, conclude che tra vent’anni resteranno poche tracce della vita religiosa femminile anche in Italia, mentre altrove si assiste già oggi a una lenta agonia, come in Francia e in Belgio, paesi “cattolici” e un tempo fucine di religiosi e religiose impegnate nella vita apostolica, diaconale e missionaria. Tutto ciò è molto grave e, a mio giudizio, non sempre si è consapevoli dell’impoverimento che si registrerà nel cattolicesimo, finora così fortemente segnato dalla presenza viva delle “suore”.

Ma vi sono dati che parrebbero indicare che la vita di “clausura” stia contrastando questa tendenza: alcuni numeri indicherebbero una crescita sia di monache che di monasteri anche in Italia. Credo sia necessaria una lettura intelligente e affinata dal discernimento, per evitare di enfatizzare dati o di generalizzare situazioni particolari: indubbiamente, a differenza delle religiose di vita diaconale e apostolica, non c’è per le monache di clausura una diminuzione degli effettivi, anzi, per le clarisse e le carmelitane – soggette a una clausura più stretta, detta “papale” - vi è anche in Italia una crescita, di cui non ci si può che rallegrare. Ma per le altre comunità – come le benedettine, le domenicane, le visitandine – non assistiamo a nessuna primavera e le poche entrate in monastero non compensano le uscite, senza parlare dei decessi. Del resto, questo della perseveranza è un problema che affligge tutti i monasteri perché nelle generazioni attuali, molto più che in quelle precedenti, manca la cultura della fedeltà e della stabilità: così promesse, voti e impegni assunti sono più difficilmente percepiti come definitivi.

Comunque il fatto che le donne mostrino questa sensibilità alla vocazione per la vita di clausura deve interrogarci, in una stagione in cui la cultura dominante vuole la donna esposta, protagonista nella vita sociale. E ci si dovrebbe interrogare sul perché i monaci non hanno la “clausura” nelle stesse modalità delle loro consorelle del medesimo ordine: praticamente solo i certosini vivono una forma stretta di clausura ed essi non sono certo in aumento di numero, né in Italia, né nel mondo... Ma questa crescita delle vocazioni femminili alla clausura indica che c’è ancora nella chiesa chi vuol vivere il primato di Dio nel nascondimento, nel deserto del chiostro, in una separazione che impedisce di stare in mezzo agli uomini e alle donne di oggi, ma che predispone tutto per una presenza costante a Dio, per testimoniare che la “fuga dal mondo” può essere una forma di vita che persegue la fuga dalla mondanità. Sì, Dio chiama ancora oggi con vocazioni che possono stupire e che contraddicono la mentalità dominate nella società, ma questo rivela la forza del vangelo e la realtà dell’amore per Gesù Cristo al di sopra di ogni cosa.

Enzo Bianchi