Gioie e afflizioni

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La Repubblica 22 dicembre 2018
di ENZO BIANCHI

“Natale ci dona la certezza che nessun peccato sarà mai più grande della misericordia di Dio!”. È questa la nota di fondo che pervade il discorso di papa Francesco alla Curia in occasione dei tradizionali auguri natalizi. Questo non significa, né ha mai significato per papa Bergoglio, tacere i mali e i peccati o sorvolarli per giungere subito all’oasi rappacificante della misericordia divina. Al contrario, a volte il papa è stato criticato per la sua insistenza, ritenuta eccessiva, verso le malattie proprie degli uomini religiosi, del clero e dei vescovi. Ma l’intento pastorale profondo che anche in questa occasione anima le parole forti di Francesco contro le “piaghe” della chiesa è quello di purificare un corpo composto da molte membra, con ruoli, responsabilità e funzioni diverse, ma anche con fragilità, patologie, perversioni che affliggono l’intera compagine.

L’immagine che papa Francesco delinea è quella della chiesa che prosegue il suo cammino nel mondo, nelle vicende della storia, conoscendo ore difficili, crisi, “tempeste e uragani” che provocano anche tra gli stessi cristiani grida di protesta verso Dio interrogativi sulla sua presenza che a volte sembra venir meno. Il papa ha il coraggio di dire che alcuni “hanno iniziato a perdere fiducia nella chiesa e ad abbandonarla”, mentre altri la offendono e la accusano fino a scuoterla. Così, soprattutto nell’occidente europeo, molte comunità cristiane si assottigliano fino a diventare precarie e le nuove generazioni appaiono la parte mancante della chiesa.

È significativo allora che, parlando di afflizioni Francesco esordisca facendo riferimento a due fenomeni mondiali – del resto la Curia romana è l’organismo a servizio della chiesa sparsa nei cinque continenti – quali le migrazioni e il martirio di molti cristiani. Due tragedie sulle quali papa Francesco non perde occasione per ritornare, cercando per ciò che riguarda i migranti, di destare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà – in primis di quanti hanno responsabilità pubbliche – per una gestione umana prima ancora che umanitaria di una piaga che da tempo non può più essere considerata “emergenza”.

L’afflizione del martirio in tante parti del mondo – una violenza che colpisce cristiani di ogni confessione, uniti in un “ecumenismo del sangue” – nelle parole del papa non è mai motivo per appelli a resistenze violente o a leggi del contrappasso e della reciprocità nell’infliggere il male, ma sempre occasione per gridare con voce ferma e a nome dei senza voce il caro prezzo che si paga per “vivere liberamente la fede cristiana” e per “non negare Cristo”.

Queste due tenebre che affliggono la chiesa sono però subito ricondotte da papa Francesco alla luce interiore che si sprigiona da chi subisce le violenze e da chi si fa carico dei sofferenti: “martiri e buoni samaritani” di ogni angolo della terra che silenziosamente e tenacemente contrastano le azioni tenebrose e scandalose. È quella che papa Francesco definisce la “santità della porta accanto”, quella santità non appariscente, non esibita ma vissuta giorno dopo giorno cercando la giustizia e la fraternità, vivendo la sollecitudine e la cura degli altri, soprattutto dei poveri e dei malati, spendendo la vita per tutti quelli che sono nel bisogno.

A questo punto papa Francesco ritorna su due delle piaghe più laceranti che affliggono oggi la chiesa: gli abusi sui minori e l’infedeltà nel ministero. Verso coloro che si sono macchiati di gravi abusi “sessuali, di potere e di coscienza; tre abusi distinti che però convergono e si sovrappongono”, papa Francesco arriva a usare parole di una durezza finora riservata solo ai colpevoli di crimini di mafia: “convertitevi e consegnatevi alla giustizia umana, e preparatevi alla giustizia divina!”. Poco importa che in altre istituzioni si compiano di questi abusi in quantità ben maggiore: secondo la logica del Vangelo applicata da papa Francesco le statistiche non offrono nessuna attenuante né giustificazione, perché lo scandalo patito anche da “uno solo di questi piccoli” porta in sé tutto il male del mondo. 

L’afflizione dell’infedeltà, poi, è inferta al corpo della chiesa da chi tradisce in profondità la propria vocazione – magari salvaguardando le apparenze – giungendo con parole e opere a “pugnalare i fratelli e seminare zizzania, divisione e sconcerto”. Anche qui però, è il messaggio di Francesco, le tenebre della “corruzione spirituale” non giungono mai a sopraffare la luce di Cristo, la “la luce del Natale che parte dalla mangiatoia di Betlemme, percorre la storia e arriva fino alla Parusia”.

Sì, parole dure e forti, scomode, laceranti come spada a doppio taglio quelle usate da papa Francesco, ma parole di speranza contro ogni speranza, perché dal mistero del Natale, del “Dio che si fa povero e piccolo per i poveri e per i piccoli” si sprigiona lo Spirito che anima tanti piccoli, oscuri testimoni della speranza e che trasforma “i peccati in occasione di perdono, le cadute in occasioni di rinnovamento, il male in occasione di purificazione e vittoria”.

Pubblicato su: La Repubblica