L'impossibile che solo a Natale può realizzarsi

Yayoi Kusama, La galleria dell'infinito, 2008
Yayoi Kusama, La galleria dell'infinito, 2008

La Stampa 24 dicembre 2018
di ENZO BIANCHI

È la Pasqua e non il Natale la festa centrale della fede cristiana. Eppure è il Natale che, in Italia come in tutti i paesi di antica cristianità, ha assunto una dimensione di festa di tutti e per tutti. È il Natale che ancora oggi, quando il cristianesimo si fa sempre più minoranza, continua a caratterizzare anche culturalmente gli ultimi giorni dell’anno civile. Persino l’ormai onnipresente dimensione ludica e commerciale non può ignorare l’evento all’origine di quell’atmosfera unica e introvabile in altre stagioni: la nascita di Gesù a Betlemme più di duemila anni fa.

Credo si tratti di qualcosa di molto più profondo di una pur radicata abitudine culturale: il messaggio cristiano del Dio che si è fatto uomo coglie gli esseri umani nella loro dimensione più intima, indipendentemente dal loro aderire o meno alla fede in Gesù Cristo. È vero – come scriveva Macario il Grande nel IV secolo, citato ieri da papa Francesco nel discorso alla Curia – che “nessuno, nei cieli e sulla terra può comprendere la grandezza di Dio e nessuno, nei cieli e sulla terra può comprendere come Dio si fa povero e piccolo per i poveri e i piccoli. Come è incomprensibile la sua grandezza, così lo è anche la sua piccolezza”. Eppure tutti sembrano comprendere, con il cuore se non con la ragione, la grande umanità che si disvela in questo “farsi piccolo” da parte di Dio: l’Irraggiungibile diventa alla nostra portata non in virtù di un’impresa prometeica da parte nostra, non per un nostro atto di superbia, bensì per l’umiltà di colui che ha assunto liberamente la nostra condizione umana.

Forse è per questo che a Natale tante imprese “impossibili” intravvedono la possibilità di realizzarsi, tanti sogni sembrano così vicini alla realtà: la pace nel mondo, l’accoglienza dignitosa per i migranti, la solidarietà nella società civile, la giustizia che difende i diritti inalienabili di ogni essere umano, l’equa redistribuzione delle risorse del pianeta così da assicurare terra, casa e lavoro a tutti e a ciascuno…

Poi sappiamo bene come questi sogni quasi sempre si assottiglino in un cessate il fuoco di poche ore, in un pasto di festa in una mensa per i poveri, in una colletta a favore di un collega in difficoltà, in una sentenza che ridà dignità all’offeso, in un dono solidale e nell’accoglienza per una notte… Piccoli gesti quotidiani che appena scalfiscono la corazza dell’indifferenza e del sopruso, piccoli gesti che sovente consideriamo inutili quando non arriviamo a condannarli perché li percepiamo come una critica alla nostra indolenza. Eppure ogni anno, tenacemente, molti cristiani e con loro tanti uomini e donne “di buona volontà” ricominciano da capo quella gioiosa fatica che non hanno mai smesso di affrontare, mossi, ispirati o interpellati da quel neonato di una coppia migrante nella periferia dell’impero romano. Eppure, ogni anno, con il ritorno del Natale sembra più facile discernere il povero nei poveri concreti, che sono accanto a noi, che abitano nel nostro quartiere o che dal nostro quartiere sono stati espulsi. Ogni anno, per qualche giorno ci sembra possibile affiancare alla consueta “carità presbite”– quella carità che ama chi sta lontano e lo fa stare lontano – l’attenzione per il bisognoso accanto a noi, in casa nostra, in relazione autentica, magari anche scomoda, con noi.

Per questo la lunga stagione di crisi che stiamo attraversando e che si rivela sempre più come crisi innanzitutto etica, sociale e culturale dovrebbe spingerci a vivere in modo diverso, in modo semplicemente più umano e umanizzante, la nostra vita sociale. Natale, con la sua duplice dimensione di tradizione culturale e di messaggio di fede, può interpellarci e aiutarci a compiere passi concreti, in modo da conoscere una convivenza migliore e ricominciare così ad avere fiducia gli uni negli altri, a sperare insieme per tutti, tutto l’anno.

Sì, a Natale i cristiani celebrano e vivono la loro fede in un Dio che si è fatto uomo, carne fragile e mortale: sanno che da quella notte non possono più pronunciare la parola Dio senza accompagnarla con la parola “umanità”, sanno che Dio lo incontrano ogni volta che si piegano sulla carne ferita di uomini e donne che soffrono, sanno che Natale significa: “Hai visto un uomo quale fratello? Allora hai visto Dio!”.

Pubblicato su: La Stampa