Tra tenebra e alba. Attesa e speranza

Roy Lichtenstein, Alba, 1965
Roy Lichtenstein, Alba, 1965

La Repubblica - Robinson 21 settembre 2019
di ENZO BIANCHI

La vita di ciascuno di noi inizia nella notte del grembo materno, dove il nostro essere si sviluppa fino al giorno in cui “viene alla luce”. Allo stesso modo la vita del mondo, secondo la Bibbia, comincia nella notte, in un abisso oscuro di tenebre profonde, il tohu wa-bohu (Gen 1,2) informe e caotico dell’oscurità. È su questa tenebra che risuona la parola: “Luce!” (Gen 1,3), e così luce fu e avvenne la separazione tra il giorno e la notte, mentre il Creatore contemplava la luce come tob, bella e buona. È questo il ritmo del cosmo, notte e giorno, tenebra e luce, nel quale anche noi umani siamo immersi.

Non potevamo evocare il giorno e la notte come metafore per descrivere ciò che viviamo, senza ricordare che questi sono innanzitutto fenomeni cosmici. Filosofie, religioni e spiritualità hanno invocato la luce in opposizione alla notte, fino a misconoscere quell’alleanza tra giorno e notte impossibile a spezzarsi: non esiste giorno senza notte né nel cosmo né nel cuore di alcun uomo o donna! Eppure in questo contrasto vi è una verità: il venire alla luce di ciascuno di noi, il venire e il vivere nel mondo è ciò che fa parte del nostro più profondo desiderio, per questo la notte viene spontaneamente associata alla tenebra, all’oscurità, al trionfo del male…

La tradizione ebraica e quella cristiana insistono: il giorno comincia subito dopo il tramonto del sole, e allo stesso modo l’anno inizia dall’oscurità, come se la luce dovesse essere partorita dopo un lungo e misterioso travaglio. È vero che oggi non viviamo più la notte come nei lunghi secoli nei quali essa era solo buio, perché non esisteva l’illuminazione, oggi onnipresente fino a essere inquinante. Tuttavia la notte è ancora pensata in opposizione al giorno, tempo in cui la vita delle nostre città quasi si ferma, anche se il ritmo della giornata e dunque il tempo del sonno si spostano sempre più in avanti.

La notte è per molti un tempo di riposo, di solitudine e di intimità, di riordino degli eventi del giorno trascorso e di preparazione all’inatteso del giorno venturo. È certamente un tempo in cui le persone che si amano conoscono l’intimità più profonda ed è anche il tempo della lettura al lume di una lampada, compagna ideale della nostra attesa notturna. Ma non possiamo dimenticare che la notte per alcuni significa anche fatica e maledizione: fatica per chi deve vegliare e lavorare per gli altri nel prendersi cura di persone malate o nel preparare il pane quotidiano; fatica nello svolgimento di servizi essenziali alla nostra convivenza; ma anche maledizione per chi nella notte conosce gli incubi, i fantasmi (nocturna phantasmata), i sensi di colpa che emergono e dominano la nostra mente; vi è poi la notte dei malati, dei sofferenti, che nella solitudine e nell’oscurità patiscono di più…

Forse è per sfidare la notte, per combatterla, che i monaci si alzano nelle ore più buie per stare tutti insieme, corpo accanto a corpo, e cantano in modo corale quelli che chiamano i “notturni”, ripetendo invocazioni e grida che vorrebbero squarciare i cieli e far sorgere la luce. Sì, come si legge nei Salmi, i monaci cercano di “svegliare l’aurora”, di accelerare il sorgere del sole per affrettare la vittoria della luce sulle tenebre. Affrontare il buio, combattere la tenebra, discernere la luce: questa è l’indispensabile arte della veglia che pochi conoscono. Sono molti quelli che non solo conoscono il tramonto ma l’attendono nel silenzio e nella pace, contemplando l’orizzonte rossastro del cielo; ma sono pochissimi quelli che praticano l’arte dell’attesa dell’alba, quindi dell’aurora e infine del sorgere del sole. È un’arte che combina insieme realtà e speranza, adesione alla vita quotidiana e fiducia nel giorno che viene, accettazione umile di ciò che siamo e tensione verso quanto vogliamo essere.

Quest’arte di attesa dell’alba non è l’ansia nervosa di riprendere le attività quotidiane né l’insonnia angosciante di chi vede avvicinarsi il giorno come un intermezzo obbligato tra una notte d’incubo e l’altra. No, è la quieta attesa di chi sa che vale la pena sperare per tutti, di chi accetta nella pace che “presto verrà la notte”, sì, anche la propria notte, ma che intanto la vita è già qui e ora, una vita i cui frutti più belli, perché più umani e più amati, non avranno fine.

Ma non si può pensare alla notte solo in una prospettiva personale, perché c’è anche una notte che sopraggiunge per una comunità, una società, un popolo, per l’intera umanità. È il sopraggiungere della “notte della notte”, quando la barbarie domina, la ragione è mortificata, il nichilismo ammorba l’aria, la cattiveria e il rancore diventano il respiro della gente, la notte in cui si precipita. Nel secolo scorso abbiamo conosciuto queste “notti” e anche ai nostri giorni ci sembra che stiano ancora per sorprenderci.

“Sentinella, a che punto è la notte?” (Is 21,11), gridano quanti soffrono la notte… A volte le sentinelle ci sono e sanno dare segni e messaggi; altre volte sembrano tacere, e così la speranza di chi soffre è più contraddetta. È la notte della notte in cui, ci dice la storia, anche i credenti, incapaci di ascoltare, accusano Dio di restare muto e si lamentano perché regna visibilmente “il Nulla”! Nelle parole del profeta Isaia viene però offerta a tutti gli umani una possibilità di luce capace di vincere la notte: quando questi sanno “condividere il pane con l’affamato, accogliere in casa gli stranieri, vestire chi è nudo e liberare gli oppressi, allora brilla la luce tra le tenebre, anzi la tenebra splende come il giorno” (cf. Is 57,7-8.10).

Pubblicato su: La Repubblica