Scienza e fede in conflitto?


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La Stampa, 2 novembre 2006

Uno dei confronti più aspri che la storia delle società occidentali ha conosciuto è sicuramente quella tra scienza e fede: nel passato ha sovente assunto gli aspetti di un autentico conflitto, ma ancora oggi si ripresenta tra corpi sociali in competizione e che riguarda lo statuto del “sapere” e del potere che da esso deriva. Eppure la fede non ha nulla da temere dal sapere scientifico, così come la scienza non trova ostacoli nella fede, perché dalla fede è assolutamente autonoma. Non dovrebbero essere dimenticate le parole autoritative del Vaticano II: “tutte le cose sono state stabilite secondo la loro consistenza e la loro specificità. L’uomo deve rispettare questo e riconoscere i metodi propri di ciascuna delle scienze e delle tecniche... la ricerca in tutti gli spazi del sapere se è condotta in modo veramente scientifico e se segue le norme dell’etica (cioè se resta sempre a servizio dell’uomo e dell’umanità) non sarà mai opposta alla fede” (Gaudium et spes 36).

La scienza fa parte della vocazione e della missione dell’uomo e per questo deve sempre restare al servizio dell’umanizzazione, della qualità della convivenza sociale, della grandezza e della dignità insita in ogni persona: questa, in verità, la preoccupazione dei cristiani. Quando essi auspicano e propiziano un dialogo non lo fanno nella prospettiva di stabilire razionalmente con prove scientifiche l’esistenza di Dio e la sua azione nella storia – scienza e fede sono due istanze del sapere che non si pongono sullo stesso piano – bensì nell’ottica di un’attenzione all’uomo e di una cura della terra e del cosmo intero.

In questi ultimi decenni i cristiani hanno compiuto una scelta intellettuale audace: prendere sul serio il metodo scientifico che rinvia a una sapere rigoroso, ma un sapere che non pretende – come è accaduto nell’ottica positivista – di essere esaustivo e definitivo, ultimo. Occorre però che anche gli uomini della scienza, senza dover nulla alla teologia, senza innestare nella loro ricerca l’ipotesi Dio, non finiscano per identificare il “sapere religioso” con la superstizione o atteggiamento puerile. La scienza ha necessità di restare modesta, consapevole dei propri limiti, di rinunciare a pretese monopolistiche o a fare di se stessa un idolo. Già Pascal metteva in guardia sul pericolo che diventasse “un idolo la verità stessa” e questo suo ammonimento può valere in ambito scientifico come in quello teologico.

Oggi il possibile conflitto tra scienza e fede può essere acceso da correnti fondamentaliste cristiane e da uomini della scienza e della tecnica che pretendono uno statuto di infallibilità, soprattutto nel campo della biologia e delle sue applicazioni in medicina. Si registra infatti un confronto riguardo a quelle che Freud leggeva come tre umiliazioni inflitte all’uomo dalla modernità scientifica e che sollevano tre interrogativi: il decentramento dell’uomo rispetto al cosmo significa che l’essere umano è dovuto al caso, a un “bricolage”, secondo il termine usato negli ambienti evoluzionisti? Se l’uomo è geneticamente inscritto in una competizione di viventi, non risulta essere altro che un’espressione del “gene egoista” fondamento di tutta l’attività vitale? E se per le neuroscienze l’uomo è solo un essere neuronale, allora il suo “spirito” è unicamente il prodotto di una organizzazione del cervello?

Soprattutto di fronte a queste ricerche scientifiche alcuni credenti sono a volte impauriti, smarriti e ripiegano su posizioni creazioniste – come i cristiani fondamentalisti nordamericani – oppure concordiste, cioè tese a dimostrare una “concordia” tra dati scientifici e testi biblici. Non mi pare però questa la via percorribile: la strada maestra rimane quella dell’ascolto reciproco, del confronto critico, del dialogo: ciò che deve preoccupare uomini di fede e uomini di scienza è il cammino di umanizzazione personale e delle diverse società, ciò che va temuto è la strumentalizzazione, la manipolazione, la reificazione del soggetto umano.

Gli interrogativi sui rapporti tra scienza e potere, scienza e sviluppo, scienza e democrazia, scienza e tecnica e il loro molteplice intersecarsi riguardano tutti, credenti e non credenti. Ma gli uomini delle scienza non si avventurino in opzioni teologiche né assumano opzioni contro la teologia, e i credenti, dal canto loro, non chiedano alla scienza ciò che solo la fede può dare: nella fede cristiana questo mondo e in esso l’uomo non è dovuto né al caso né alla necessità. E’ dovuto all’amore e alla libertà del Dio al quale si aderisce, del quale si fa esperienza nella vita quotidiana. Questa fede che abita i credenti è razionale, ma non deriva unicamente dalla ragione, ma dall’iniziativa di Dio. Un credente autentico non ha paura della scienza, non assume verso di essa posizioni difensive o antagoniste ma, credendo in Dio, è preoccupato del presente e dell’avvenire dell’umanità e vuole che le scienze restino e si esercitino a servizio dell’uomo e del mondo che da lui abitato.

Enzo Bianchi