Noi, accanto al cuore di Dio

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Avvenire 25 marzo 2020
di ENZO BIANCHI

Papa Francesco ha avuto l’audacia di porsi come intercessore per l’umanità colpita dal coronavirus. Lo ha fatto andando a pregare davanti all’icona di Maria Salus populi romani e poi davanti allo storico Crocifisso nella chiesa di San Marcello al Corso, lo stesso che Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 volle in San Pietro per la liturgia di confessione dei peccati commessi dalla Chiesa nella storia. Il Papa ha detto: «Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: fermala, Signore, con la tua mano!».

Parole ispirate dalla fede e dalla convinzione dell’efficacia della preghiera. Sono però parse stonate ad alcuni che hanno sottolineato come la vittoria sul virus si può ottenere grazie alla competenza umana e soprattutto alla ricerca scientifica e alla medicina. Dobbiamo essere sinceri e ammettere che per l’uomo secolarizzato di oggi è difficile, se non impossibile, pensare a un Dio che interviene a togliere il male. Questo soprattutto dopo l’acquisizione, anche nel pensare la fede, che Dio non manda il male per castigare i nostri peccati, perché non vuole la morte dei peccatori ma che essi si convertano e vivano.
Nel nostro immaginario devoto non abbiamo più la concezione di un Dio irato, che punisce o interviene, in nome di una giustizia da noi pensata umanamente, per sanzionare i nostri comportamenti e forzarci al bene. Abbiamo perduto anche l’immagine di un Dio che può liberarci qui e ora dal male in cui gemiamo e soffriamo. Come dunque pregherà un cristiano nell’ora del bisogno, della sofferenza e della morte? Cosa chiederà?

Tutta la Scrittura, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento, ci testimonia preghiere rivolte a Dio o a Gesù per la guarigione, fino alla richiesta di vittoria sulla morte. Mosè, quando sua sorella Maria fu colpita dalla malattia della lebbra, gridò al Signore: «Dio, ti prego, guariscila!» (Nm 12,13) e a Gesù tante volte fu chiesta la guarigione, dai malati stessi o da altri che glieli presentavano. Dunque con fede, semplicità e confidenza filiale in quest’ora di epidemia possiamo chiedere a Dio: «Ferma questa pestilenza! Liberaci da questa pandemia!». Non dimentichiamo che questa preghiera fiduciale è la stessa che la Chiesa ha sempre fatto per chiedere la pioggia, il ritorno del sereno, o per la liberazione da tempeste, dalla fame e dalla guerra.
Ma attenzione, il cristiano è ben consapevole: con questa formulazione di preghiera non pretende, non detta a Dio il comportamento, ma semplicemente denuncia davanti a lui il dolore che assale l’umanità e la potenza della morte che avanza. D’altronde Gesù stesso nel Getsemani di fronte alla morte violenta che stava per raggiungerlo pregò così: «Padre, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36). Il Padre non gli tolse quel calice che Gesù, restando fedele alla sua vocazione e alla sua verità, non poteva non bere. Significativamente però, come attesta il Vangelo secondo Luca, gli mandò un messaggero, un “angelo interprete”, a consolarlo e a sostenerlo nella prova (cf. Lc 22,43). Potremmo dire che lo Spirito santo si fece consolatore di Gesù e, come l’aveva fortificato nel deserto di fronte alla tentazione del demonio, lo sostenne al momento della sua passione e morte.
Dio risponde sempre alla nostra preghiera, che noi dobbiamo fare con insistenza, senza venir meno: non per affaticare Dio, ma per invocarlo accanto a noi, per entrare nel mistero della sua presenza amorosa e accogliere il suo Spirito santo. Sì, perché Gesù ha detto: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13).

Ogni nostra preghiera rivolta a Dio è sempre epiclesi, invocazione della discesa dello Spirito; e se non siamo liberati dal male, siamo comunque aiutati dallo Spirito stesso ad attraversare questa notte tenebrosa, sapendo che il Signore è accanto a noi. Come sta scritto nel salmo: «Così dice il Signore: Mi invocherà e io gli darò risposta, io sarò con lui nell’angoscia» ( Sal 91,15). Ecco perché in questi giorni nella nostra preghiera, quella a cui ci invita il Papa, quella spontanea dei credenti (a cui dà “luogo” stasera alla 21 a Brescia il Rosario promosso, anche in tv e sul web, dai media cristianamente ispirati), chiediamo che lo Spirito Santo ispiri la nostra azione, ci sostenga nel prenderci cura dei bisognosi e ci faccia sentire la presenza di Dio accanto a noi. Ma una forma semplice come quella utilizzata dal Papa – «Signore, ferma l’epidemia!» – è un grido che Dio certamente ascolta e comprende; soprattutto, è un grido che predispone chi lo eleva ad abbandonarsi con fiducia nel Signore. Nella preghiera è il nostro cuore che vuole stare accanto al cuore di Dio e le parole vanno comprese con il cuore. Per questo possiamo dire: «Signore, aiutaci, allontana da noi l’epidemia, fa’ trionfare la vita sulla morte!» e, nello stesso tempo, impegnarci per essere suoi strumenti in questa lotta contro il male. Papa Francesco ci ha chiamati a mezzogiorno di oggi alla preghiera comune del Padre Nostro, invitando tutti i cristiani e tutte le Chiese: sarà un’intercessione che ci vedrà concordi nel chiedere a Dio quei doni che sono necessari e che egli, quale Padre buono, non ci negherà. Pregheremo insieme: «Liberaci del male!».

Pubblicato su: Avvenire