Se il racconto è un dono

Maria Lai, Il mare ha bisogno di fichi, 1996, stoffa e filo, 25,5×17,5×3,5cm, foto: pierluigi dessì/confini visivi
Maria Lai, Il mare ha bisogno di fichi, 1996, stoffa e filo, 25,5×17,5×3,5cm, foto: pierluigi dessì/confini visivi

La Repubblica - Altrimenti 27 aprile 2020

Siamo ormai abituati al bollettino televisivo quotidiano delle vittime dell’epidemia: contagiati, ricoverati, entrati in terapia intensiva, morti e guariti. L’attenzione è catturata dalle cifre in aumento o diminuzione, destando sentimenti di ansietà o sollievo. Ma il grande rischio di ogni “cronaca” è quello di fermarsi ai numeri, impedendo la consapevolezza che ogni umano ha un volto preciso, una storia, degli affetti e che di ciascuno si deve fare memoria: come scriveva García Márquez, “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.
Sarebbe dunque necessario che, oltre ai bollettini, si potessero ascoltare narrazioni dei colpiti e dei guariti dal virus. Narrare significa proprio dare un volto alle persone, che altrimenti rischiano di essere solo numeri; significa dare senso a ciò che accade, rendendo le parole non solo informative ma capaci di umanizzare esistenze anonime. Non ci è dato di rivivere la vita di un altro, ma solo un suo frammento; e se lo riviviamo interiormente, l’altro non ci è più estraneo.

L’uomo è un essere narrante. Quando narra fa memoria, rivive e fa rivivere eventi, apre una strada verso il futuro. Molti hanno ascoltato il testo della lettera indirizzata ai suoi familiari e consegnata a una suora infermiera da un anziano ricoverato, quando ha compreso di avere davanti a sé la via della solitudine e della morte. Questa narrazione è diventata una grande testimonianza: monito per quanti restano, domanda di compassione per chi è vecchio. Si è rivelata capace di penetrare i nostri cuori, muovendoli a interrogarsi e a prepararsi ad agire diversamente. Ma quante altre narrazioni potrebbero essere donate in questi giorni a tutti, dai bambini ai vecchi. Sarebbero veri e propri esercizi al racconto della vita, della capacità di amore e di cura, della possibilità di sperare.
Quanto alla potenza performativa dei racconti, non è per noi difficile cogliere come tutta la nostra cultura, nelle sue radici ebraiche e quindi cristiane, abbia come fondamento la memoria e il racconto. Anche Dio è colui che ci è stato narrato da Abramo, da Mosè, dai profeti e da Gesù: non un Dio dei filosofi ma un Dio narrato da chi lo ha ascoltato.

Ma in questo breve spazio voglio riferire parte di un racconto chassidico: “Quando rabbi Israel Baal Shem Tov voleva ottenere una grazia da Dio, andava in un luogo solitario nel bosco, accendeva un fuoco e pronunciava una preghiera particolare. E veniva esaudito. Alcune generazioni dopo, rabbi Israel di Rizin voleva anch’egli chiedere una grazia, ma non ricordava il luogo particolare, né sapeva accendere il fuoco, né rammentava la preghiera del suo maestro. Allora disse a Dio: ‘Non so ritrovare il luogo, non so accendere il fuoco, non ricordo la preghiera, ma posso raccontarti la storia e questo dovrebbe bastarti’. Ciò fu sufficiente a Dio, il quale esaudì la preghiera del rabbi, perché egli adora i racconti”.

Ciò che vale per Dio dovrebbe valere anche per noi: raccontiamo dunque ai bambini per insegnare loro a vivere, agli anziani per consolarli.

Pubblicato su: La Repubblica